Chiedi chi era Bashung

bashungSono tantissimi i concerti che non ho visto e saranno ancora di più quelli che non vedrò, ma ce n’è uno che non mi perdonerò mai di aver perso: quello di Alain Bashung. Un nome che, almeno in Italia, dirà poco, ma che in Francia significa “Musica”, significa “Cantautore”, significa “Rock” e “Sperimentazione”.

Quando nel novembre 2008 mi trasferii definitivamente a Parigi, non avevo minimamente idea di chi fosse Bashung. Solo un mese dopo incrociai il suo nome tra le pagine di Les Inrockuptibles che mise il suo “Blue Pétrole” tra i migliori album dell’anno. Da lì a trovarlo, ascoltarlo ed innamorarsene fu un attimo. Bashung è stato il mio primo vero contatto con la lingua francese, i suoi testi sono stati il mio sussidiario. Paradossale. Sì, perché Bashung ha la fama di quello che la lingua “musicale” l’ha in parte cambiata, manipolata, forzandola alle proprie esigenze. Lui, Gainsbourg, Ferré e pochi altri. Ma il suo canto, per quanto in bilico, era cristallino, o almeno così mi sembrava e la sua voce così chiara che provare a interpretarne le parole, tradurne le frasi era diventato allo stesso momento una sfida e un divertimento.

Non mi perdonerò mai di non averlo visto dal vivo. Ogni domenica, infatti, tra novembre e dicembre 2008 ha suonato all’Elysée Montmartre (concerti da cui è stato tratto un album live) – che chi ha minimamente frequentato Parigi conoscerà sicuramente –, praticamente a meno di 5 minuti da casa.

“Sul palco è sempre stato più che un insieme di canzoni. È una specie di teatro in cui sono portato dai musicisti”

Due mesi – quelli nei quali io imparavo a conoscerlo, ad apprezzarlo, a cantarlo – in cui, armato della sua chitarra, dei suoi occhiali neri e del suo cappello ripercorreva la sua carriera, una delle ultime volte. Sì, perché solo il 14 marzo 2009, a dire la verità, ho potuto capire la sua dimensione nel panorama musicale e culturale francese, quando, cioè i giornali, le tv e i siti specializzati e non, non parlarono d’altro che della sua morte. Bashung aveva scoperto un anno prima di essere malato di cancro, ma questa cosa non l’aveva fermato, anzi. Non era ostentazione, ma convivenza e voglia di non cedere alla malattia. L’unico modo che aveva era quello di stare su un palco, senza risparmiarsi, pensare all’album successivo a quel capolavoro che è “Blue Pétrole” e cantare e cantare quella musica che gli aveva evitato una vita banale di periferia.

Su Youtube si trova ancora la sua esibizione per i Victoires de la musique 2009, i premi musicali dell’anno in Francia. Era il 28 febbraio 2009 allo Zenith di Parigi, due settimane esatte dalla sua morte. In quell’occasione, in cui si aggiudicò i premi come miglior artista maschile, miglior album, miglior tournée, Bashung non si tirò indietro, nonostante la malattia lo stesse divorando e si presentò alla serata, non solo per ritirare i premi ma per cantare. In diretta. E cantò Residents de la République, brano nominato come miglior canzone dell’anno e il più politico dell’album. Magrissimo, con una voce in equilibrio precario sin dall’inizio, ma con i suoi immancabili gesti e le sue mimiche facciali, a nascondere una difficoltà che affiora ogni tanto nella voce che si spezza. Ma è un’esibizione commovente e degnissima, coronata dalla sua immancabile armonica e dal tributo che gli rende il pubblico.

Lui, che il primo strumento lo scoprì quando un fidanzato di sua sorella lascio un violoncello a casa sua con la promessa, mai mantenuta, di tornare a prenderlo. Quel violoncello divenne parte dell’arredo al quale, però, non ebbe mai accesso. Ma riuscì, nonostante l’asfissia del paese e dei suoi genitori, ad averne alla musica anglofona di quegli anni. Inghilterra e Stati Uniti che gli rimasero, poi, nel cuore per tutta la vita, segnando le varie tappe di una carriera fatta di alti e bassi, ovviamente, ma che l’ha proiettato nel gotha classico della chanson française.

Pezzi come Gaby oh Gaby, primo grande successo commerciale di Bashung, Vertige de l’amour, La nuit je mens, sono classici del repertorio francese. Ma Bashung è stato uno dei primi e più importanti sperimentatori, riuscendo a non doppiare mai un album, nonostante il successo del precedente, sbagliando (non poco) ma riuscendo a tirar fuori perle anche da quei fallimenti o almeno quelli che lui considerava tali: “Sono curioso, ho bisogno di cambiare – diceva – Non sono come un artista americano che suona per cinquant’anni la stessa musica, che sul palco fa i soliti quarantacinque minuti di concerto e che la gente va a vedere come se fosse un pezzo da museo (…). La vita è troppo corta perché non approfitti degli incontri che faccio, di quelle frazioni di secondo dove tutto può succedere, o in cui può nascere una storia straordinaria”. Autore di successi, come quelli citati, che non per forza rispecchiavano quello che era veramente (il rocker amante dell’Inghilterra, ad esempio). L’amore per i Wire, per Costello, per la musica minimalista e la tecnologia, per i synth (che usava non sempre al meglio, ma per quello si divertiva) e le collaborazioni importanti l’hanno fatto crescere album dopo album.

Partito con un album prima rinnegato e poi perdonato (Roman-photos), Bashung, che di fondo era introverso e insicuro, ha avuto sempre bisogno di attorniarsi, in base ai periodi, di diversi collaboratori fissi (Boris Bergman e Jean Fauque sono stati i suoi principali parolieri, ma tanto si deve anche a Gaetan Roussel), senza farsi mancare le collaborazioni con nomi importanti del panorama musicale mondiale.

bashung 2

Non era Gainsbourg e lo sapeva, non aveva la sua fama, soprattutto oltreoceano, e probabilmente non l’avrà ancora per molto tempo, per un motivo che Arto Lindsay, che con Bashung ha collaborato, riassumeva così: “Non siamo (gli americani ndr) ancora abituati a questo matrimonio tra pop e letteratura. Le canzoni di Bashung sono quelle che ti insegnano ad amare, ma le persone, qui, non sono ancora pronte a fare questo sforzo”, e in più a differenza di Gainsbourg c’è ancora troppa poca distanza temporale tra lui e gli americani. E proprio Gainsbourg, mito adolescenziale, aiuterà Bashung per l’album “Play Blessure”. Un Gainsbourg che non era proprio adatto a quello che il suo collega scriveva di solito: “Ero uscito con album come Roulette Russe nel quale parlavo di uomini che perdono il lavoro, ragazzi che si suicidano nei cessi. Pensavo potesse portare delle parole nuove, più selezionate. Mi proponeva talvolta delle cose che non mi convincevano tanto: lui aveva l’abitudine di scrivere per delle donne e spesso le sue parole suonavano meglio in bocca a una donna” ma Gainsbourg non se la prendeva affatto, anzi. E così Play Blessure rimane uno degli album più riusciti di Bashung (da cui, successivamente, è stata ripresa Volontaires che Bashung ha cantato con un suo grande fan e amico, ovvero Bertrand Cantat, leader dei Noir Désir).

Ma è con un album nato per nulla sotto i migliori auspici (“Problemi di soldi, di manager e di divergenze artistiche”) e che lo stesso Bashung reputa, in qualche modo, di passaggio, ovvero Passé le Rio Grande, del 1986, che il musicista francese si aggiudica il premio come miglior disco dell’anno. Insomma ormai è una personalità della musica francese pur senza aver ancora dato alle stampe il suo capolavoro, ma con una serie di album importanti e singoli da primo in classifica.

Novice, invece, è un album claustrofobico, scuro ma intenso come pochi, ed è, soprattutto, il primo album “libero”, venuto cioè dopo quelli da contratto (praticamente un album all’anno e un periodo che a detta sua l’ha distrutto: “C’era molto lavoro e molta incompetenza attorno a me”, dirà) e un silenzio di 3 anni. Anche qui le collaborazioni sono fondamentali: Colin Newman dei Wire, Blixa Bargel degli Einsturzende Neubauten e Dave Ball dei Soft Cell sono solo alcuni dei nomi internazionali che hanno collaborato alla stesura dell’album.

Mescolare le esperienze, riunire attorno a un tavolo francesi, inglesi e americani, farli parlare, farli suonare, e poi servirsi del risultato, portarlo all’estremo, e soprattutto modificarlo, perché le regole erano chiare fin dal principio: i collaboratori apportavano la propria esperienza ma l’ultima parola era sempre del “capo” che piacesse o meno e se inizialmente qualche bocca si storceva, alla fine il risultato (artistico e di critica) metteva tutti d’accordo.

In Chatterton ad alternarsi ai francesi sono stati Micheal Brooks dei King Crimson e Marc Ribot (storico collaboratore di Tom Waits e del nostro Capossela) che è riuscito a recuperare per i capelli un album nato male, con una decina di chitarristi che si sono alternati in studio. Marc Ribot lo ritroveremo anche ne L’imprudence. Ma prima viene Fantasie Militaire, in collaborazione con Fauque, che apre quel trittico finale che comprende L’imprudence, appunto, e Bleu Pétrole (in mezzo due progetti particolari), che segneranno una delle punte più alte del cantautorato rock contemporaneo francese. Un rock pieno di contaminazioni – basti pensare che a questi album oltre a Ribot, tra gli internazionali collaborano Adrian Utley, chitarrista dei Portishead o il grande Arto Lindsay – come suo solito. E ne L’Imprudence che lo possiamo notare, là dove a farla da padrona è un parlato quasi costante: “Su Fantasie Militaire Bashung non aveva mai cantato così bene, su L’imprudence non ha mai parlato così bene” arriva a scrivere Christophe Conte su Les Inrocks.

bashung olympiaCon Bleu Petrole Bashung cambia ancora. Malinconico come è sempre stato, ma meno “scuro”, più “americano” dei precedenti, cantautorale fin nelle ossa, che con quel tocco folk gli permette di abbandonare le sperimentazioni che lo avevano contraddistinto e, dopo il parlato dell’album precedente, tornare a cantare col suo tipico timbro di voce. Proprio il cantato, che non era mai stato uno dei suoi punti forti, sempre sul punto di spezzarsi ma che aveva nel tempo acquistato sempre più sicurezza. Una voce che doveva adattarsi a testi complessi, e che in L’Imprudence, l’album non cantato, raggiunge il massimo della sua profondità.

“Mi sono spesso espresso con rimandi, giri di parole, metafore, come se degli specchi si riflettessero gli uni negli altri. Ma l’epoca mi sembra sufficientemente confusa per non aggiungere ulteriore nebbia, specie quando ne avevo già messa in precedenza. Credevo fosse urgente essere compreso velocemente” (fa riferimento all’album Bleu Pétrol ndr)

Bleu Pétrole è affidato soprattutto a Gaetan Roussel (dei Louise Attaque) e Gérard Manset, nome storico del pop francese, che scrive per lui canzoni come Comme un Lego, Venus e Je tuerai la pianiste, ma che Bashung omaggerà anche con la chiusa dell’album, la bellissima versione di Il voyage en solitaire che si chiude così: “Et voilà le miracle en somme / C’est lorsque sa chanson est bonne / Car c’est pour la joie qu’elle lui donne / Qu’il chante la terre”. L’album contiene una bella versione in francese di Suzanne di Cohen e la già citata Résidentes de la République (“Où le rose a des reflets bleu”), dedicata a Sarkozy.

Oggi Bashung avrebbe compiuto 65 anni e forse starebbe lavorando su quell’album voce e chitarra che in tanti continuavano a chiedergli, soprattutto dopo Bleu Pétrole e le esibizioni acustiche dal vivo. Ma nessuno gli toglierà mai quella soddisfazione che ha potuto viversi e godersi:

“La soddisfazione è di vedere oggi che ho potuto essere l’istigatore di una certa attitudine, che ho contribuito a mettere un piccolo mattone nel rock francese”

Una selezione di brani dalla discografia di Bashung la trovate qua.

Credits: Hors Série di Les Inrocks, interviste varie sia video che web e soprattutto la musica di Bashung

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La musica che gira intorno (a me): dédié à Alain Bashung

musica blogIl motivo di questa dedica ad Alain Bashung è qua.

Qui una serie di canzoni del suo repertorio. Una selezione difficile, parziale e ovviamente soggettiva.

Canzone: Je fume pour oublier que tu bois (album: Roulette Russe)

Rebel (Pizza)

J’sors avec ma frangine (Pizza)

C’est comment qu’on freine (Play Blessure)

Alain Bashung e Noir Désir Volontaire (cover da Play Blessure)

Pyromane (Novice)

Osez Jozéphine

J’passe pour une caravane (Chatterton)

Angora (Fantasie Militaire)

La nuit je mens (Fantasie Militaire)

La ficelle (L’imprudence)

L’imprudence (L’imprudence)

Comme un Légo (Bleu Pétrole)

Le ssecret des banquises (Bleu Pétrole)

Citizen Journalism: solo “atti casuali di giornalismo” o c’è qualcosa in più?

Il citizen journalism è la ‘concorrenza sleale’ da condannare? “No. Ma se le piattaforme online, dalle web tv ai blog, fanno informazione continuativa, allora noi tuteliamo la categoria”.

Parola di Pietro Villotta, presidente dell’ordine del Friuli, ovvero colui che intentò una causa (che non ha portato a nulla) contro Francesco Vanin amministratore delegato della web tv di Pordenone.

A periodi alterni si torna a parlare di Citizen Journalism. Se qualche anno fa era una rivoluzione oggi se non proprio normalità, possiamo dire che almeno è consuetudine. L’esplosione di twitter è stato uno dei propulsori affinché il giornalismo partecipativo uscisse dal guscio e cominciasse ad aumentare le fila sia dei sostenitori che dei detrattori. La possibilità di essere parte integrante dell’enorme flusso dell’informazione ha, in parte, cambiato le carte in tavola, almeno per una parte del giornalismo, quello che maggiormente si confronta con le dinamiche della rete. Il giornalismo partecipativo ha, però, agli occhi di molti un peccato originale da scontare, quello della credibilità. Ciò che non si scrolla di dosso è lo sguardo obliquo di molti. Colpa della pagliuzza nell’occhio dell’altro o nell’incapacità di veicolare questa forma di giornalismo?

A volte diamo per scontate alcune cose e di quelle cose non rimane che il significante: Citizen Journalism. Che sarà mai? Oggi sembra che qualsiasi cosa possa essere inglobata in questo termine ombrello che ormai racchiude sotto di sé svariate cose, dal semplice tweet al pezzo, diciamo così, più argomentato, dalla foto al video.

Forse non esiste la definizione definitiva di CJ ma una di quelle maggiormente prese in considerazione è quella del professor Jay Rosen:

When the people formerly known as the audience employ the press tools they have in their possession to inform one another, that’s citizen journalism.

Ma come ben sappiamo le definizioni sono fatte per essere emendate e/o criticate. Ad ogni modo ci sembra una spiegazione, quella di Rosen, ancora valida. Insomma quando un “cittadino” si appropria di alcuni strumenti della stampa, fa informazione e la veicola (e la può veicolare in molti modi) – entra quindi a far parte del ciclo informativo – ecco che può essere definito citizen journalist.

Anche un tweet quindi è CJ? È una domanda che in molti si sono posti e in molti si pongono e dato che si cerca ancora di trovare definizioni e spazi che segnino i margini di ciò che realmente è il CJ anche la risposta a questa domanda non è univoca. Personalmente se un tweet è fatto con l’idea di informare, beh, può essere definito parte di un processo citizen.

Facciamo un passo indietro. Quando l’anno scorso Sohaib Athar (su twitter @ReallyVirtual), si chiese cosa fossero quegli elicotteri che gli volavano in testa e lo twittò non poteva sapere che sarebbe stato parte di una storia molto grossa, quella dell’uccisione di Osama Bin Laden. Athar cominciò a twittare quello che succedeva e divenne famoso per questo. Twitter aveva, involontariamente, raccontato in diretta una delle operazioni dell’esercito Usa più importanti di questi ultimi anni. Bene. Una diatriba parallela si aprì quando Steve Mayers del Poynter Institute raccontò la storia di Athar definendolo citizen journalist e gli rispose Dan Mitchell dalle colonne di SFWeekly rifiutando quest’immagine e chiedendosi: “Solo perché ha fatto una domanda in tempo reale ora è un cj… Chiedersi su twitter perché ci sono elicotteri che volano sulle teste dei vicini non è giornalismo”. Ovviamente, pronta è arrivata la controreplica di Myers che si è sviluppata anche nei commenti, che forse sono interessanti quanto il pezzo. È lì che Andy Carvin ha parlato di “atti casuali di giornalismo” riferendosi a quello che era successo.

In un pezzo su GigaOm intitolato proprio “Postare cose su twitter fa di te un giornalista?”, Mathew Ingram, giornalista molto attento alle dinamiche del mondo dell’informazione, dopo aver ripercorso la storia di @ReallyVirtual chiosa in questo modo:

Why don’t journalists want to admit that others can now perform many of the same functions they do, given these new tools? Because that means that anyone with a Twitter account or a blog is competition. But that is the reality — and journalists of all kinds had better start getting used to the idea, instead of trying to define their way out of it.

Ovviamente le differenze tra un giornalista professionista e un citizen journalist sono diverse e ancora di più quelle che separano un tweeter da un giornalista, ma alla domanda (provocatoria?) di Ingram le risposte sono molteplici.

Con queste torniamo a quello che abbiamo definito “il peccato originale”, ovvero capire quando questa informazione è credibile o meno. Come spesso succede, generalizzare serve a poco e spesso induce in errore. Scrivere, come fece un po’ di mesi fa Gianni Riotta in questo pezzo, che “Il citizen journalist, da agente dell’informazione di base, degenera in tribuno ossessionato: e chi si nutre a quel tipo di news dovrebbe pure farsi trapanare il dente del giudizio da un citizen dentist, che abbia imparato l’ortodonzia su Wikipedia” non è né divertente, come invece aveva osservato Riccardo Luna, né utile. Alla provocazione di Riotta risponde indirettamente David Carr del New York Times:

(…) Enright asked whether citizen journalism wasn’t a little like “citizen dentistry,” a common criticism levelled by anti-social media types. Carr scoffed at this idea, however, and argued that if Enright were living in a place without dentists and had a toothache, he might not be so scornful of having a neighbor down the street who was “pretty handy with the pliers.”

C’è da dire che dopo una discussione su twitter il giornalista de La Stampa fece una mezza marcia indietro, completata, forse, da un pezzo intitolato “Giornalisti: le due campane non bastano più” in cui in un passaggio scrive:

Realtà importanti come citizen journalism e web hanno cambiato per sempre l’informazione. I cronisti verranno sempre più incalzati da versioni e analisi online 24 ore su 24: è un bene per informazione e democrazia.

Ah, per completezza di informazione, Riccardo Luna, nel pezzo citato, scriveva nella frase successiva: “Il citizen journalism secondo me non è alternativo ma complementare al giornalismo”.

Senza andare troppo lontano nel tempo si potrebbe parlare del ruolo del cj, ad esempio, nella sparatoria alla prima di Batman o durante l’uragano Sandy che ha costretto gli Usa a una enorme prova di forza. E forse quest’ultimo esempio è quello più pertinente se non si vuole rimanere all’incensamento del cj ma capirne le dinamiche buone e quelle da monitorare e migliorare. Se da una parte, infatti, sono state importanti le info “dal campo” date su twitter e le foto di Instagram, dall’altra è anche vero che il problema dei fake (quindi della credibilità) si è posto costantemente e il pezzo di Alexis Madrigal dell’Atlantic Monthly sta lì a dimostrarlo. Da un lato, come scriveva Sasha Frere-Jones del New Yorker (scatenando un altro dibattito), i social permettono un processo di autocorrezione (nelle parole di Mathew Ingram,  tradotte da Giuseppe Granieri, “I critici dei social media si divertono a puntare l’attenzione sulle notizie false che circolano durante grandi eventi come l’Uragano Sandy. Ma Twitter e altri servizi sono velocissimi nel correggere queste anomalie e sono diventati parte integrante dell’ecosistema delle news in continua espansione”), ma dall’altro come dice Tyler Mahoney sull’Huffington Post: “Amo l’idea del cj, amo l’idea che ognuno possa far sentire la propria voce, ma quest’ideale funziona meglio quando la gente fa sua l’etica giornalistica” (qui un ottimo riassunto di quella che è stata la discussione su giornalismo e l’uragano Sandy).

L’etica giornalistica, insomma, va di pari passo con quello della credibilità a cui accennavamo all’inizio. Un problema che per ora non è stato risolto, ma è complesso non rendersi conto che il cj ormai non è più solo un’opzione o un’alternativa, ma parte integrante di quello che possiamo definire ecosistema dell’informazione. Può piacere o meno ma è difficile a questo punto farne a meno. Rimane, piuttosto, da capire quali sono gli strumenti più adatti per diminuire il margine di errore o aumentare quello di (auto)controllo.

La musica che gira attorno (a me): “Però sei molto italiano”

Credo che una rubrica settimanale musicale sia l’unica che possa riuscire a portare avanti e così ecco la musica che ha girato attorno questa settimana (e qualcosa in più. Diciamo che torna ciclicamente in questo periodo). Non per forza la migliore, ma quella che gira.

Prima di dare il via ai titoli è bene specificare che è tutto italiano (a differenza della settimana scorsa), quindi lasciamo per un momento la parola a Stanis la Rochelle:

Non c’entra il fatto che abbia vinto il Premio Tenco come miglior esordio (finita l’epoca, se mai fosse cominciata, dell’andare appresso ai premi. Ah! lo vedrete a Sanremo), ma quello di Colapesce è senza dubbio uno dei migliori album ascoltati quest’anno. L’ex Albanopower riesce ad incastrare una serie di pezzi scritti veramente bene. “Un meraviglioso declino” è una sorpresa che fugge via lieve e malinconico, senza che si riesca a staccare l’orecchio da una bella scrittura mai scontata. E si becca due video (ma non è semplice fare una scelta). “Oasi” (“Lo stipendio da niente dimezzato dai vini” racconta una vita, piuttosto che la dolcissima “Tu che goccioli al mio fianco, quasi muoio”):

Mentre il secondo è “Restiamo in casa” (“Esco in balcone e m’intasco un respiro profondo/Ancora spento intravedo le strade/Fischio di treno si coordina la caffettiera”):

Ci sono artisti, poi, che non si prendono mai troppo in considerazione per un motivo spesso sconosciuto (o semplicemente per snobismo), poi capita che all’improvviso a causa di un preciso motivo (suggerimento?) ti ritrovi ad ascoltare. Ecco, Niccolò Fabi è uno di questi, anzi direi “questo” in particolare e smessi i panni snob devo dire che “Ecco”, il suo ultimo album si fa ascoltare. Canzone della settimana “Le cose che non abbiamo detto” – versione live all’Angelo Mai – anche perché sono quelle che alla fine “Verrano a cercarci a disturbarci il sonno” (anche se non sempre dirle è per forza un bene):

E anche Roberto Angelini ci siamo ritrovati ad ascoltarlo per suggerimento (in più è del giro di Fabi). L’ultimo album “Phyneas Gage” è particolare, a suo modo sperimentale, abbastanza discontinuo per i miei gusti, ma comunque da ascoltare. Scordatevi “Gatto matto”, vi prego. Questa è “Cenere” in versione album:

Su di lui spesso si storce il naso. Parlo di Dente. Considerato una delle punte di diamante del cantautorato italico, ne ho sentito apprezzamenti al pari di forti critiche. Molto discontinuo anche lui, riesce però a scrivere in maniera semplice, a volte molto semplice, riuscendo comunque a non perdersi nell’effetto “zuccheroso”. A suo vantaggio c’è stato un ascolto massiccio di “L’amore non è bello” durante l’esilio parigino. Quella che gira di più è “Saldati“:

I Numero 6 assieme ai Perturbazione sono uno dei talloni d’achille del sottoscritto. Aspetto i loro nuovi album come molti aspettano quello dei Radiohead (vabbè, forse esagero). Fatto sta che “Dio c’è” è l’ennesima bella prova (la più pop?) di Michele “Mezzala” Bitossi e compagnia. Questa è la prima che m’è rimasta in testa (assieme a “Un mare”, ma dato che è feat. Colapesce la scartiamo) anche perché racconta un po’ quella che è la battaglia quotidiana di un gruppo come il loro:

Ma ci mettiamo anche questa (e cercatevi “Da piccolissimi pezzi” casomai cantata da quel folle genio che è Bonnie “Prince” Billy)

Quello di Bianco pure è un album arrivato poco fa, che non ho ancora capito quanto mi convinca. Ci sono pezzi orecchiabili, e altri meno. Questa è “JPG”

E dopo averli citati coi Numero 6, e dato che Tommaso Cerasuolo ha collaborato con Bianco, non si possono non citare i Perturbazione, che stanno girando tantissimo con un album che non è il mio preferito ma uno mica li sceglie sempre… L’album è “Canzoni allo specchio“, la canzone è “Dieci anni dopo

Dopo un concerto visto qualche settimana fa ho ripescato “Sushy & Cola” e mi ritrovo a cantare continuamente in macchina “La spesa” dei Marta sui Tubi (Mi manca un chilo di pace integrale/e due etti ci comprensione/e un cartone d’amore a lunga conservazione/non rimane che fare la spesa”)

Max Gazze chiude il cerchio che comprende Fabi e Angelini. Ed è, probabilmente, grazie a loro che quest’album è uscito dalla polvere:

Non ci sono donne, cioè non che non ce ne siano, ma questa è solo la musica che gira attorno in questo periodo. Ad esempio, per molto tempo, ha suonato l’album di Maria Antonietta (a dire la verità è ancora nell’ipod a girare). Da qualche parte ho letto una cosa del tipo “Perché se Beyoncé parla di sesso nei testi diventa Beyoncé e se in Italia lo fa Maria Antonietta al meglio si leggono critiche?”. Ecco, confermo, perché? Quindi:

Figli e figliastri

UpdateLa proposta di legge che equipara i figli naturali a quelli legittimi da oggi è legge. Oggi, infatti, non senza qualche discussione, è passata con 366 a favore, 31 contro, 58 astenuti.

Una discussione macchiata da polemiche riguardo l’art. 3, ovvero quello sui figli nati da rapporti incestuosi che alcuni parlamentari (la proposta è venuta da Giovanardi) volevano stralciare, trovando il no dell’Assemblea della Camera e portando diversi parlamentari (tra cui la Binetti e Mantovano) a votare contro la proposta di legge.

La Binetti ha parlato di “sdoganamento dell’incesto”. “Un disegno di legge – ha continuato – che avrebbe dovuto tutelare i diritti dei figli naturali è diventato un disegno di legge sull’incesto”. Di tutt’altro parere ovviamente il senatore del Pdl, Filippo Saltamartini, presentatore in Senato dell’emendamento sull’equiparazione dei figli nati da rapporti incestuosi: “I bambini e i figli nati da questi rapporti non hanno nessuna colpa e spetta anche ai cattolici salvaguardarne la dignità e l’armonico sviluppo della personalità”.

Insomma da oggi niente più figli e figliastri

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Da Linkiesta ho appreso che dopo vari passaggi lunedì prossimo si discuterà il provvedimento che dovrebbe equiparare i figli naturali (procreati, cioè, da genitori non uniti tra loro da vincolo matrimoniale) a quelli legittimi. Ciò che però m’ha sconvolto, oltre all’esistenza in sé di una separazione legale tra concetti di figli, è che io questa differenza non la conoscevo, o meglio non sapevo che mia figlia, nata da persone non sposate, legalmente non avesse vincoli di parentela se non con i genitori stessi. Insomma, non ha zii, cugini, nonni e se esistesse non potrebbe considerare un eventuale altro nostro figlio come fratello/sorella. Sconvolto, insomma, dal fatto che avevo dato per scontate cose che credevo naturali e naturali, invece, non sono.

Maria Dossetti, a lungo docente di Diritto di famiglia all’Università di Milano spiega al blog del Corriere della Sera La 27a ora che:

Il riconoscimento che la condizione dei figli è la medesima rispetto ai genitori non impedisce che rimanga un’area di disparità di trattamento tra figli naturali e figli legittimi: quella del rapporto con i parenti di ciascun genitore. La rilevanza giuridica della parentela naturale è stata circoscritta dal legislatore a situazioni specifiche e non ha assunto carattere di principio generale. La recente legge sull’affidamento condiviso segna, però, una inversione di tendenza, poiché prevede che il figlio minore abbia il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, anche dopo la separazione tra i genitori coniugati o la cessazione della convivenza more uxorio. Sembra ormai giunto il momento, per il legislatore, di rimuovere ogni forma di discriminazione tra i figli, assumendo eventualmente, come punto di partenza, i progetti di legge già presentati in Parlamento”.

Sì, sembra che quel momento sia giunto e con un ritardo mostruoso rispetto alla società in cui viviamo, in cui ci si sposa sempre meno, dove il calo continuo dei matrimoni va avanti dal 1972, secondo quanto dice l’Istat, oltre a vedere una proiezione di figli nati extra matrimonio in aumento se è vero quello che si diceva un paio di anni fa qui:

“Sono il primo ad essere rimasto sorpreso quando ho calcolato l’attuale curva di crescita delle nascite extranuziali e l’ho proiettata nei prossimi dieci anni – spiega Alessandro Rosina – ma il dato che emerge è che nel 2020 oltre il 50% dei bimbi avrà genitori non sposati. Il cambiamento sarà all’inizio più evidente nelle regioni del Nord, ma entro il 2025 sarà totale anche al Sud, dove comunque il matrimonio resiste ancora. E questo porterà ad una radicale trasformazione della famiglia, tenendo conto che è soltanto dalla metà degli anni Novanta che in Italia la nascita di un bimbo fuori dalle nozze è diventato fatto comune e accettato…”.

Insomma il fatto che si sia deciso di discuterne, finalmente, dopo un lungo iter mette una pezza ai ritardi, ma a questo punto finché non la vedremo, questa legge, permetteteci di dubitare della bontà di un sistema che, come si dice a Napoli, per anni ha visto, e vede tuttora, figli e figliastri.

Il testo della proposta di legge da discutere lo trovate qua.

La musica che gira intorno (a me): dai Beach House ai Tame Impala passando per Jeff Magnum e Toro y Moi

Un po’ di musica sparsa che per un motivo o per un altro ha caratterizzato questa settimana. Buon ascolto.

In settimana è uscito il nuovo video dei Beach House e dato che ci piacciono, eccolo:

E in calcio d’angolo il ritorno di Jeff Magnum dei Neutral Milk Hotel accompagnato da Guy Picciotto dei Fugazi, per la maratona Telethon di Occupy Wall Street:

Poi la sorpresa Cody ChesnuTT, che conoscevamo per il singolo coi The Roots e che ha cacciato un album che si fa ascoltare che è un piacere:

Poi è stata la volta del trip dei Tame Impala:

Ascoltato il nuovo di Toro y Moi che uscirà a gennaio. Ci sono pezzi migliori, ma il tubo ci offre questo e ce lo prendiamo:

E una canzone ritrovata improvvisamente nel pc: Lawrence Arabia

Gli Slowdive più che la settimana, scandiscono interi periodi. Ecco Alison (che se l’è giocata con “Dagger”) dall’album “Souvlaki”:

E questa dei The Smithereens ripescata, come si suol dire, direttamente dal “cascione” via amici su Facebook:

Appunti sparsi sulla (mia) paternità

Qualche settimana leggevo sul Post un articolo in cui si parlava di come la redazione del sito fosse “diffusa”, senza che la sede fisica fosse indispensabile per incontrarsi, tutti, ogni giorno, per discutere di quelli che sarebbero stati i temi da affrontare, ma di come la redazione vera e propria fosse skype.

Ecco, questa della redazione su skype è un problema che colpisce molti, credo; il nostro giornale sicuramente, diviso com’è tra Scampia e Parigi. Ma di quel pezzo mi aveva colpito un passaggio: quello della redazione fisica in cui incontrarsi tutti non era un obbligo anche perché ovviamente il lavoro si intrecciava a doppio giro con la vita quotidiana. C’era chi non poteva essere fisicamente là o, ad esempio, chi aveva i bambini da andare a prendere a scuola. Insomma, quello che credevo, ingenuamente, essere un problema solo mio (redazione, lavoro, asilo, pause dal lavoro, recuperi serali o mattutini), diventa improvvisamente la normalità e motivo di riflessione sulla paternità e sulla fortuna del telelavoro.

Un telelavoro arrivato nel miglior momento possibile della mia vita, quello in cui la mia (ex) compagna era incinta e che si è protratto fino al compimento dei 19 mesi di mia figlia. Un telelavoro, quindi, che mi ha permesso di vivere appieno quello che molti padri purtroppo non hanno la fortuna di poter vivere.

Ci pensavo pochi giorni fa, quando mia figlia, mentre ero al pc a lavorare, è venuta, m’ha preso per mano e m’ha portato sul divano. Stavo chiudendo una cosa e così mi ero portato il pc dove lei aveva sparso tutti i suoi libri pieni di animali, frutti e colori. Il mio lavoro è durato due minuti, il tempo che si gettasse sulle mie ginocchia (quindi sul pc) e mi facesse capire che era ora di smetterla. Posato il pc, s’è seduta sulle gambe e dondolando ha cominciato a baciarmi.

Il telelavoro, insomma, m’ha permesso di non perdermi un attimo del suo primo anno e mezzo di vita, dalle nottate tutti svegli, ai cambi di pannolino, dalla spesa tutti assieme, fino alla preparazione delle pappe (nessun omogeneizzato, tutto cucinato e passato “a mano”). Ogni istante, dal primo mattino, quando si svegliava, fino al momento in cui si posavano tutti i giocattoli e dopo l’ultima poppata andava a letto. I momenti in cui si lavorava (prevalentemente al pc) con lei in braccio a quelli in cui si salutava la redazione per qualche minuto al grido di “pappa bimba” (che poi si declinava in diverse varianti come “cambio bimba” fino all’ “asilo bimba”).

Nel suo blog, qualche giorno fa, l’ha spiegato bene Simone Spetia cosa ho avuto la fortuna di vivere e quanto non sia per nulla scontato:

Ecco, la cosa più pesante (anche intellettualmente umiliante, se volete) è il dover dosare le energie che potremmo liberare come padri, come mariti per accumularle e sfruttarle solo sul lavoro. Questo rientrare stremati a casa e raccontarci la bella favoletta che “non conta la quantità di tempo che trascorri con loro, ma la qualità”, che è un po’ come quella cosa delle dimensioni a letto. Ce la raccontiamo e ce la raccontano. la quantità di tempo conta eccome. Perché ti sei perso quella prima parola, quel gorgheggio, quei passi, quella lezione di calcio o di rugby, quei compiti fatti insieme, quel momento di pace sul divano, quella casetta di Lego, quel racconto sulla giornata a scuola.

Insomma, io sono quello fortunato, quello, cioè, che non doveva uscire di casa la mattina e tornare la sera – pur essendo quello che lo stesso Spetia definisce il bread winner (sebbene non fosse un’esclusiva in casa) – né aveva bisogno del congedo parentale per poter essere padre. Io potevo lavorare e avere una certa libertà per poter vivere pienamente i primi mesi di mia figlia.

Provare a realizzarsi come padre (o almeno cominciare, ché da lì a realizzarsi ce ne passa) senza dover rincorrere il tempo.

Si tu oublies les prénoms (Se dimentichi i nomi)
Les adresses et les âges (Gli indirizzi e le età)
Mais presque jamais le son (Ma quasi mai il suono)
D’une voix, un visage (Di una voce, un volto)
Si tu aimes ce qui est bon (Se ti piace ciò che è buono)
Si tu vois des mirages (Se vedi dei miraggi)
Si tu préfères Paris (Se preferisci Parigi)
Quand vient l’orage (Quando arriva il temporale)
(…)
Ça n’est pas ta faute (Non è colpa tua)
C’est ton héritage (È la tua eredità)

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Cosa scrivere nel primo post di un nuovo blog è il cruccio che, immagino, ha colpito tante persone. Io non so ancora neanche bene cosa, se e quando ci scriverò in questo spazio ma le linee generali dovrebbero essere quelle del giornalismo, della letteratura, della musica e della paternità, dove le prime tre uniscono la passione al lavoro e la quarta è solo piacere e gioia (e la fatica – che in napoletano spesso sostituisce la parola “lavoro” – passa comunque in secondo piano).

Nella foto: il tappeto dei giochi di mia figlia