Appunti sparsi sulla (mia) paternità

Qualche settimana leggevo sul Post un articolo in cui si parlava di come la redazione del sito fosse “diffusa”, senza che la sede fisica fosse indispensabile per incontrarsi, tutti, ogni giorno, per discutere di quelli che sarebbero stati i temi da affrontare, ma di come la redazione vera e propria fosse skype.

Ecco, questa della redazione su skype è un problema che colpisce molti, credo; il nostro giornale sicuramente, diviso com’è tra Scampia e Parigi. Ma di quel pezzo mi aveva colpito un passaggio: quello della redazione fisica in cui incontrarsi tutti non era un obbligo anche perché ovviamente il lavoro si intrecciava a doppio giro con la vita quotidiana. C’era chi non poteva essere fisicamente là o, ad esempio, chi aveva i bambini da andare a prendere a scuola. Insomma, quello che credevo, ingenuamente, essere un problema solo mio (redazione, lavoro, asilo, pause dal lavoro, recuperi serali o mattutini), diventa improvvisamente la normalità e motivo di riflessione sulla paternità e sulla fortuna del telelavoro.

Un telelavoro arrivato nel miglior momento possibile della mia vita, quello in cui la mia (ex) compagna era incinta e che si è protratto fino al compimento dei 19 mesi di mia figlia. Un telelavoro, quindi, che mi ha permesso di vivere appieno quello che molti padri purtroppo non hanno la fortuna di poter vivere.

Ci pensavo pochi giorni fa, quando mia figlia, mentre ero al pc a lavorare, è venuta, m’ha preso per mano e m’ha portato sul divano. Stavo chiudendo una cosa e così mi ero portato il pc dove lei aveva sparso tutti i suoi libri pieni di animali, frutti e colori. Il mio lavoro è durato due minuti, il tempo che si gettasse sulle mie ginocchia (quindi sul pc) e mi facesse capire che era ora di smetterla. Posato il pc, s’è seduta sulle gambe e dondolando ha cominciato a baciarmi.

Il telelavoro, insomma, m’ha permesso di non perdermi un attimo del suo primo anno e mezzo di vita, dalle nottate tutti svegli, ai cambi di pannolino, dalla spesa tutti assieme, fino alla preparazione delle pappe (nessun omogeneizzato, tutto cucinato e passato “a mano”). Ogni istante, dal primo mattino, quando si svegliava, fino al momento in cui si posavano tutti i giocattoli e dopo l’ultima poppata andava a letto. I momenti in cui si lavorava (prevalentemente al pc) con lei in braccio a quelli in cui si salutava la redazione per qualche minuto al grido di “pappa bimba” (che poi si declinava in diverse varianti come “cambio bimba” fino all’ “asilo bimba”).

Nel suo blog, qualche giorno fa, l’ha spiegato bene Simone Spetia cosa ho avuto la fortuna di vivere e quanto non sia per nulla scontato:

Ecco, la cosa più pesante (anche intellettualmente umiliante, se volete) è il dover dosare le energie che potremmo liberare come padri, come mariti per accumularle e sfruttarle solo sul lavoro. Questo rientrare stremati a casa e raccontarci la bella favoletta che “non conta la quantità di tempo che trascorri con loro, ma la qualità”, che è un po’ come quella cosa delle dimensioni a letto. Ce la raccontiamo e ce la raccontano. la quantità di tempo conta eccome. Perché ti sei perso quella prima parola, quel gorgheggio, quei passi, quella lezione di calcio o di rugby, quei compiti fatti insieme, quel momento di pace sul divano, quella casetta di Lego, quel racconto sulla giornata a scuola.

Insomma, io sono quello fortunato, quello, cioè, che non doveva uscire di casa la mattina e tornare la sera – pur essendo quello che lo stesso Spetia definisce il bread winner (sebbene non fosse un’esclusiva in casa) – né aveva bisogno del congedo parentale per poter essere padre. Io potevo lavorare e avere una certa libertà per poter vivere pienamente i primi mesi di mia figlia.

Provare a realizzarsi come padre (o almeno cominciare, ché da lì a realizzarsi ce ne passa) senza dover rincorrere il tempo.

Si tu oublies les prénoms (Se dimentichi i nomi)
Les adresses et les âges (Gli indirizzi e le età)
Mais presque jamais le son (Ma quasi mai il suono)
D’une voix, un visage (Di una voce, un volto)
Si tu aimes ce qui est bon (Se ti piace ciò che è buono)
Si tu vois des mirages (Se vedi dei miraggi)
Si tu préfères Paris (Se preferisci Parigi)
Quand vient l’orage (Quando arriva il temporale)
(…)
Ça n’est pas ta faute (Non è colpa tua)
C’est ton héritage (È la tua eredità)

———–

Cosa scrivere nel primo post di un nuovo blog è il cruccio che, immagino, ha colpito tante persone. Io non so ancora neanche bene cosa, se e quando ci scriverò in questo spazio ma le linee generali dovrebbero essere quelle del giornalismo, della letteratura, della musica e della paternità, dove le prime tre uniscono la passione al lavoro e la quarta è solo piacere e gioia (e la fatica – che in napoletano spesso sostituisce la parola “lavoro” – passa comunque in secondo piano).

Nella foto: il tappeto dei giochi di mia figlia

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5 thoughts on “Appunti sparsi sulla (mia) paternità

  1. Sono s’accordo sull’importanza del tempo passato con i propri figli, anche perché poi, quando avranno raggiunto l’adolescenza e si allontaneranno, ricorderemo con gioia questi momenti passati insieme, o li rimpiangeremo se non ci saranno stati. Io ho preso per ciascuno dei miei due figli sei mesi di congedo parentale, li ricordo fra i periodi più belli della mia vita. Ho chiesto più volte il telelavoro (faccio il programmatore, le premesse tecnologiche ci sarebbero tutte) ma purtroppo senza risultato, credo fra l’altro che sarebbe la soluzione a molti problemi delle nostre città (il traffico primo fra tutti), ma purtroppo non c’è ancora la cultura avanzata che invece troviamo in altri Paesi (e devo dire che c’è anche una mancanza di fiducia da parte del datore di lavoro che il lavoratore medio italiano ha contribuito a creare). Comunque non mollo, forse un giorno riuscirò ad affrancarmi dai vincoli spazio temporali…

    • Sì, appunto, lo scriveva nel suo pezzo anche Spetia, spesso vieni guardato come un alieno. Io ho avuto la fortuna di potermi organizzare il lavoro (non sempre è stato semplice, lavorare con una bimbetta attorno, che vuole attenzioni, non è sempre semplicissimo), e organizzarmi anche nella gestione delle cose quotidiane. E anche il telelavoro, benché stia pian piano prendendo tempo, è visto come un freno (comunque c’è meno controllo rispetto a un ufficio), ma sì per alcuni lavori potrebbe essere l’ideale. Ad ogni modo te lo auguro di riuscire ad affrancarti, in bocca al lupo

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