Citizen Journalism: solo “atti casuali di giornalismo” o c’è qualcosa in più?

Il citizen journalism è la ‘concorrenza sleale’ da condannare? “No. Ma se le piattaforme online, dalle web tv ai blog, fanno informazione continuativa, allora noi tuteliamo la categoria”.

Parola di Pietro Villotta, presidente dell’ordine del Friuli, ovvero colui che intentò una causa (che non ha portato a nulla) contro Francesco Vanin amministratore delegato della web tv di Pordenone.

A periodi alterni si torna a parlare di Citizen Journalism. Se qualche anno fa era una rivoluzione oggi se non proprio normalità, possiamo dire che almeno è consuetudine. L’esplosione di twitter è stato uno dei propulsori affinché il giornalismo partecipativo uscisse dal guscio e cominciasse ad aumentare le fila sia dei sostenitori che dei detrattori. La possibilità di essere parte integrante dell’enorme flusso dell’informazione ha, in parte, cambiato le carte in tavola, almeno per una parte del giornalismo, quello che maggiormente si confronta con le dinamiche della rete. Il giornalismo partecipativo ha, però, agli occhi di molti un peccato originale da scontare, quello della credibilità. Ciò che non si scrolla di dosso è lo sguardo obliquo di molti. Colpa della pagliuzza nell’occhio dell’altro o nell’incapacità di veicolare questa forma di giornalismo?

A volte diamo per scontate alcune cose e di quelle cose non rimane che il significante: Citizen Journalism. Che sarà mai? Oggi sembra che qualsiasi cosa possa essere inglobata in questo termine ombrello che ormai racchiude sotto di sé svariate cose, dal semplice tweet al pezzo, diciamo così, più argomentato, dalla foto al video.

Forse non esiste la definizione definitiva di CJ ma una di quelle maggiormente prese in considerazione è quella del professor Jay Rosen:

When the people formerly known as the audience employ the press tools they have in their possession to inform one another, that’s citizen journalism.

Ma come ben sappiamo le definizioni sono fatte per essere emendate e/o criticate. Ad ogni modo ci sembra una spiegazione, quella di Rosen, ancora valida. Insomma quando un “cittadino” si appropria di alcuni strumenti della stampa, fa informazione e la veicola (e la può veicolare in molti modi) – entra quindi a far parte del ciclo informativo – ecco che può essere definito citizen journalist.

Anche un tweet quindi è CJ? È una domanda che in molti si sono posti e in molti si pongono e dato che si cerca ancora di trovare definizioni e spazi che segnino i margini di ciò che realmente è il CJ anche la risposta a questa domanda non è univoca. Personalmente se un tweet è fatto con l’idea di informare, beh, può essere definito parte di un processo citizen.

Facciamo un passo indietro. Quando l’anno scorso Sohaib Athar (su twitter @ReallyVirtual), si chiese cosa fossero quegli elicotteri che gli volavano in testa e lo twittò non poteva sapere che sarebbe stato parte di una storia molto grossa, quella dell’uccisione di Osama Bin Laden. Athar cominciò a twittare quello che succedeva e divenne famoso per questo. Twitter aveva, involontariamente, raccontato in diretta una delle operazioni dell’esercito Usa più importanti di questi ultimi anni. Bene. Una diatriba parallela si aprì quando Steve Mayers del Poynter Institute raccontò la storia di Athar definendolo citizen journalist e gli rispose Dan Mitchell dalle colonne di SFWeekly rifiutando quest’immagine e chiedendosi: “Solo perché ha fatto una domanda in tempo reale ora è un cj… Chiedersi su twitter perché ci sono elicotteri che volano sulle teste dei vicini non è giornalismo”. Ovviamente, pronta è arrivata la controreplica di Myers che si è sviluppata anche nei commenti, che forse sono interessanti quanto il pezzo. È lì che Andy Carvin ha parlato di “atti casuali di giornalismo” riferendosi a quello che era successo.

In un pezzo su GigaOm intitolato proprio “Postare cose su twitter fa di te un giornalista?”, Mathew Ingram, giornalista molto attento alle dinamiche del mondo dell’informazione, dopo aver ripercorso la storia di @ReallyVirtual chiosa in questo modo:

Why don’t journalists want to admit that others can now perform many of the same functions they do, given these new tools? Because that means that anyone with a Twitter account or a blog is competition. But that is the reality — and journalists of all kinds had better start getting used to the idea, instead of trying to define their way out of it.

Ovviamente le differenze tra un giornalista professionista e un citizen journalist sono diverse e ancora di più quelle che separano un tweeter da un giornalista, ma alla domanda (provocatoria?) di Ingram le risposte sono molteplici.

Con queste torniamo a quello che abbiamo definito “il peccato originale”, ovvero capire quando questa informazione è credibile o meno. Come spesso succede, generalizzare serve a poco e spesso induce in errore. Scrivere, come fece un po’ di mesi fa Gianni Riotta in questo pezzo, che “Il citizen journalist, da agente dell’informazione di base, degenera in tribuno ossessionato: e chi si nutre a quel tipo di news dovrebbe pure farsi trapanare il dente del giudizio da un citizen dentist, che abbia imparato l’ortodonzia su Wikipedia” non è né divertente, come invece aveva osservato Riccardo Luna, né utile. Alla provocazione di Riotta risponde indirettamente David Carr del New York Times:

(…) Enright asked whether citizen journalism wasn’t a little like “citizen dentistry,” a common criticism levelled by anti-social media types. Carr scoffed at this idea, however, and argued that if Enright were living in a place without dentists and had a toothache, he might not be so scornful of having a neighbor down the street who was “pretty handy with the pliers.”

C’è da dire che dopo una discussione su twitter il giornalista de La Stampa fece una mezza marcia indietro, completata, forse, da un pezzo intitolato “Giornalisti: le due campane non bastano più” in cui in un passaggio scrive:

Realtà importanti come citizen journalism e web hanno cambiato per sempre l’informazione. I cronisti verranno sempre più incalzati da versioni e analisi online 24 ore su 24: è un bene per informazione e democrazia.

Ah, per completezza di informazione, Riccardo Luna, nel pezzo citato, scriveva nella frase successiva: “Il citizen journalism secondo me non è alternativo ma complementare al giornalismo”.

Senza andare troppo lontano nel tempo si potrebbe parlare del ruolo del cj, ad esempio, nella sparatoria alla prima di Batman o durante l’uragano Sandy che ha costretto gli Usa a una enorme prova di forza. E forse quest’ultimo esempio è quello più pertinente se non si vuole rimanere all’incensamento del cj ma capirne le dinamiche buone e quelle da monitorare e migliorare. Se da una parte, infatti, sono state importanti le info “dal campo” date su twitter e le foto di Instagram, dall’altra è anche vero che il problema dei fake (quindi della credibilità) si è posto costantemente e il pezzo di Alexis Madrigal dell’Atlantic Monthly sta lì a dimostrarlo. Da un lato, come scriveva Sasha Frere-Jones del New Yorker (scatenando un altro dibattito), i social permettono un processo di autocorrezione (nelle parole di Mathew Ingram,  tradotte da Giuseppe Granieri, “I critici dei social media si divertono a puntare l’attenzione sulle notizie false che circolano durante grandi eventi come l’Uragano Sandy. Ma Twitter e altri servizi sono velocissimi nel correggere queste anomalie e sono diventati parte integrante dell’ecosistema delle news in continua espansione”), ma dall’altro come dice Tyler Mahoney sull’Huffington Post: “Amo l’idea del cj, amo l’idea che ognuno possa far sentire la propria voce, ma quest’ideale funziona meglio quando la gente fa sua l’etica giornalistica” (qui un ottimo riassunto di quella che è stata la discussione su giornalismo e l’uragano Sandy).

L’etica giornalistica, insomma, va di pari passo con quello della credibilità a cui accennavamo all’inizio. Un problema che per ora non è stato risolto, ma è complesso non rendersi conto che il cj ormai non è più solo un’opzione o un’alternativa, ma parte integrante di quello che possiamo definire ecosistema dell’informazione. Può piacere o meno ma è difficile a questo punto farne a meno. Rimane, piuttosto, da capire quali sono gli strumenti più adatti per diminuire il margine di errore o aumentare quello di (auto)controllo.

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