Chiedi chi era Bashung

bashungSono tantissimi i concerti che non ho visto e saranno ancora di più quelli che non vedrò, ma ce n’è uno che non mi perdonerò mai di aver perso: quello di Alain Bashung. Un nome che, almeno in Italia, dirà poco, ma che in Francia significa “Musica”, significa “Cantautore”, significa “Rock” e “Sperimentazione”.

Quando nel novembre 2008 mi trasferii definitivamente a Parigi, non avevo minimamente idea di chi fosse Bashung. Solo un mese dopo incrociai il suo nome tra le pagine di Les Inrockuptibles che mise il suo “Blue Pétrole” tra i migliori album dell’anno. Da lì a trovarlo, ascoltarlo ed innamorarsene fu un attimo. Bashung è stato il mio primo vero contatto con la lingua francese, i suoi testi sono stati il mio sussidiario. Paradossale. Sì, perché Bashung ha la fama di quello che la lingua “musicale” l’ha in parte cambiata, manipolata, forzandola alle proprie esigenze. Lui, Gainsbourg, Ferré e pochi altri. Ma il suo canto, per quanto in bilico, era cristallino, o almeno così mi sembrava e la sua voce così chiara che provare a interpretarne le parole, tradurne le frasi era diventato allo stesso momento una sfida e un divertimento.

Non mi perdonerò mai di non averlo visto dal vivo. Ogni domenica, infatti, tra novembre e dicembre 2008 ha suonato all’Elysée Montmartre (concerti da cui è stato tratto un album live) – che chi ha minimamente frequentato Parigi conoscerà sicuramente –, praticamente a meno di 5 minuti da casa.

“Sul palco è sempre stato più che un insieme di canzoni. È una specie di teatro in cui sono portato dai musicisti”

Due mesi – quelli nei quali io imparavo a conoscerlo, ad apprezzarlo, a cantarlo – in cui, armato della sua chitarra, dei suoi occhiali neri e del suo cappello ripercorreva la sua carriera, una delle ultime volte. Sì, perché solo il 14 marzo 2009, a dire la verità, ho potuto capire la sua dimensione nel panorama musicale e culturale francese, quando, cioè i giornali, le tv e i siti specializzati e non, non parlarono d’altro che della sua morte. Bashung aveva scoperto un anno prima di essere malato di cancro, ma questa cosa non l’aveva fermato, anzi. Non era ostentazione, ma convivenza e voglia di non cedere alla malattia. L’unico modo che aveva era quello di stare su un palco, senza risparmiarsi, pensare all’album successivo a quel capolavoro che è “Blue Pétrole” e cantare e cantare quella musica che gli aveva evitato una vita banale di periferia.

Su Youtube si trova ancora la sua esibizione per i Victoires de la musique 2009, i premi musicali dell’anno in Francia. Era il 28 febbraio 2009 allo Zenith di Parigi, due settimane esatte dalla sua morte. In quell’occasione, in cui si aggiudicò i premi come miglior artista maschile, miglior album, miglior tournée, Bashung non si tirò indietro, nonostante la malattia lo stesse divorando e si presentò alla serata, non solo per ritirare i premi ma per cantare. In diretta. E cantò Residents de la République, brano nominato come miglior canzone dell’anno e il più politico dell’album. Magrissimo, con una voce in equilibrio precario sin dall’inizio, ma con i suoi immancabili gesti e le sue mimiche facciali, a nascondere una difficoltà che affiora ogni tanto nella voce che si spezza. Ma è un’esibizione commovente e degnissima, coronata dalla sua immancabile armonica e dal tributo che gli rende il pubblico.

Lui, che il primo strumento lo scoprì quando un fidanzato di sua sorella lascio un violoncello a casa sua con la promessa, mai mantenuta, di tornare a prenderlo. Quel violoncello divenne parte dell’arredo al quale, però, non ebbe mai accesso. Ma riuscì, nonostante l’asfissia del paese e dei suoi genitori, ad averne alla musica anglofona di quegli anni. Inghilterra e Stati Uniti che gli rimasero, poi, nel cuore per tutta la vita, segnando le varie tappe di una carriera fatta di alti e bassi, ovviamente, ma che l’ha proiettato nel gotha classico della chanson française.

Pezzi come Gaby oh Gaby, primo grande successo commerciale di Bashung, Vertige de l’amour, La nuit je mens, sono classici del repertorio francese. Ma Bashung è stato uno dei primi e più importanti sperimentatori, riuscendo a non doppiare mai un album, nonostante il successo del precedente, sbagliando (non poco) ma riuscendo a tirar fuori perle anche da quei fallimenti o almeno quelli che lui considerava tali: “Sono curioso, ho bisogno di cambiare – diceva – Non sono come un artista americano che suona per cinquant’anni la stessa musica, che sul palco fa i soliti quarantacinque minuti di concerto e che la gente va a vedere come se fosse un pezzo da museo (…). La vita è troppo corta perché non approfitti degli incontri che faccio, di quelle frazioni di secondo dove tutto può succedere, o in cui può nascere una storia straordinaria”. Autore di successi, come quelli citati, che non per forza rispecchiavano quello che era veramente (il rocker amante dell’Inghilterra, ad esempio). L’amore per i Wire, per Costello, per la musica minimalista e la tecnologia, per i synth (che usava non sempre al meglio, ma per quello si divertiva) e le collaborazioni importanti l’hanno fatto crescere album dopo album.

Partito con un album prima rinnegato e poi perdonato (Roman-photos), Bashung, che di fondo era introverso e insicuro, ha avuto sempre bisogno di attorniarsi, in base ai periodi, di diversi collaboratori fissi (Boris Bergman e Jean Fauque sono stati i suoi principali parolieri, ma tanto si deve anche a Gaetan Roussel), senza farsi mancare le collaborazioni con nomi importanti del panorama musicale mondiale.

bashung 2

Non era Gainsbourg e lo sapeva, non aveva la sua fama, soprattutto oltreoceano, e probabilmente non l’avrà ancora per molto tempo, per un motivo che Arto Lindsay, che con Bashung ha collaborato, riassumeva così: “Non siamo (gli americani ndr) ancora abituati a questo matrimonio tra pop e letteratura. Le canzoni di Bashung sono quelle che ti insegnano ad amare, ma le persone, qui, non sono ancora pronte a fare questo sforzo”, e in più a differenza di Gainsbourg c’è ancora troppa poca distanza temporale tra lui e gli americani. E proprio Gainsbourg, mito adolescenziale, aiuterà Bashung per l’album “Play Blessure”. Un Gainsbourg che non era proprio adatto a quello che il suo collega scriveva di solito: “Ero uscito con album come Roulette Russe nel quale parlavo di uomini che perdono il lavoro, ragazzi che si suicidano nei cessi. Pensavo potesse portare delle parole nuove, più selezionate. Mi proponeva talvolta delle cose che non mi convincevano tanto: lui aveva l’abitudine di scrivere per delle donne e spesso le sue parole suonavano meglio in bocca a una donna” ma Gainsbourg non se la prendeva affatto, anzi. E così Play Blessure rimane uno degli album più riusciti di Bashung (da cui, successivamente, è stata ripresa Volontaires che Bashung ha cantato con un suo grande fan e amico, ovvero Bertrand Cantat, leader dei Noir Désir).

Ma è con un album nato per nulla sotto i migliori auspici (“Problemi di soldi, di manager e di divergenze artistiche”) e che lo stesso Bashung reputa, in qualche modo, di passaggio, ovvero Passé le Rio Grande, del 1986, che il musicista francese si aggiudica il premio come miglior disco dell’anno. Insomma ormai è una personalità della musica francese pur senza aver ancora dato alle stampe il suo capolavoro, ma con una serie di album importanti e singoli da primo in classifica.

Novice, invece, è un album claustrofobico, scuro ma intenso come pochi, ed è, soprattutto, il primo album “libero”, venuto cioè dopo quelli da contratto (praticamente un album all’anno e un periodo che a detta sua l’ha distrutto: “C’era molto lavoro e molta incompetenza attorno a me”, dirà) e un silenzio di 3 anni. Anche qui le collaborazioni sono fondamentali: Colin Newman dei Wire, Blixa Bargel degli Einsturzende Neubauten e Dave Ball dei Soft Cell sono solo alcuni dei nomi internazionali che hanno collaborato alla stesura dell’album.

Mescolare le esperienze, riunire attorno a un tavolo francesi, inglesi e americani, farli parlare, farli suonare, e poi servirsi del risultato, portarlo all’estremo, e soprattutto modificarlo, perché le regole erano chiare fin dal principio: i collaboratori apportavano la propria esperienza ma l’ultima parola era sempre del “capo” che piacesse o meno e se inizialmente qualche bocca si storceva, alla fine il risultato (artistico e di critica) metteva tutti d’accordo.

In Chatterton ad alternarsi ai francesi sono stati Micheal Brooks dei King Crimson e Marc Ribot (storico collaboratore di Tom Waits e del nostro Capossela) che è riuscito a recuperare per i capelli un album nato male, con una decina di chitarristi che si sono alternati in studio. Marc Ribot lo ritroveremo anche ne L’imprudence. Ma prima viene Fantasie Militaire, in collaborazione con Fauque, che apre quel trittico finale che comprende L’imprudence, appunto, e Bleu Pétrole (in mezzo due progetti particolari), che segneranno una delle punte più alte del cantautorato rock contemporaneo francese. Un rock pieno di contaminazioni – basti pensare che a questi album oltre a Ribot, tra gli internazionali collaborano Adrian Utley, chitarrista dei Portishead o il grande Arto Lindsay – come suo solito. E ne L’Imprudence che lo possiamo notare, là dove a farla da padrona è un parlato quasi costante: “Su Fantasie Militaire Bashung non aveva mai cantato così bene, su L’imprudence non ha mai parlato così bene” arriva a scrivere Christophe Conte su Les Inrocks.

bashung olympiaCon Bleu Petrole Bashung cambia ancora. Malinconico come è sempre stato, ma meno “scuro”, più “americano” dei precedenti, cantautorale fin nelle ossa, che con quel tocco folk gli permette di abbandonare le sperimentazioni che lo avevano contraddistinto e, dopo il parlato dell’album precedente, tornare a cantare col suo tipico timbro di voce. Proprio il cantato, che non era mai stato uno dei suoi punti forti, sempre sul punto di spezzarsi ma che aveva nel tempo acquistato sempre più sicurezza. Una voce che doveva adattarsi a testi complessi, e che in L’Imprudence, l’album non cantato, raggiunge il massimo della sua profondità.

“Mi sono spesso espresso con rimandi, giri di parole, metafore, come se degli specchi si riflettessero gli uni negli altri. Ma l’epoca mi sembra sufficientemente confusa per non aggiungere ulteriore nebbia, specie quando ne avevo già messa in precedenza. Credevo fosse urgente essere compreso velocemente” (fa riferimento all’album Bleu Pétrol ndr)

Bleu Pétrole è affidato soprattutto a Gaetan Roussel (dei Louise Attaque) e Gérard Manset, nome storico del pop francese, che scrive per lui canzoni come Comme un Lego, Venus e Je tuerai la pianiste, ma che Bashung omaggerà anche con la chiusa dell’album, la bellissima versione di Il voyage en solitaire che si chiude così: “Et voilà le miracle en somme / C’est lorsque sa chanson est bonne / Car c’est pour la joie qu’elle lui donne / Qu’il chante la terre”. L’album contiene una bella versione in francese di Suzanne di Cohen e la già citata Résidentes de la République (“Où le rose a des reflets bleu”), dedicata a Sarkozy.

Oggi Bashung avrebbe compiuto 65 anni e forse starebbe lavorando su quell’album voce e chitarra che in tanti continuavano a chiedergli, soprattutto dopo Bleu Pétrole e le esibizioni acustiche dal vivo. Ma nessuno gli toglierà mai quella soddisfazione che ha potuto viversi e godersi:

“La soddisfazione è di vedere oggi che ho potuto essere l’istigatore di una certa attitudine, che ho contribuito a mettere un piccolo mattone nel rock francese”

Una selezione di brani dalla discografia di Bashung la trovate qua.

Credits: Hors Série di Les Inrocks, interviste varie sia video che web e soprattutto la musica di Bashung

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