La musica che gira intorno (a me): il 2012 in musica

musica blogNessuna classifica per questo 2012 e nessun augurio per il 2013 in entrata. Solo musica, quella che ci accompagna e ci accompagnerà in futuro e quella che, volente o nolente, segna periodi e racconta storie. Così è inevitabile guardarsi alle spalle e chiedersi qual è la colonna sonora che ha accompagnato quest’anno. Musica che inevitabilmente abbiamo ascoltato in determinati momenti e che ha un significato particolare, non per forza quella che abbiamo ascoltato più di altra, semplicemente caduta al momento giusto (ad alcuni sembrerà strano, ma le canzoni hanno la capacità di saper cogliere i momenti giusti – o, comunque, trovano una convergenza di intenti col nostro stato d’animo).

La prima canzone è per lei, ovviamente. Per il suo primo anno avevo scelto un classico, Forever Young di Bob Dylan. Un augurio (per lei sì), che spero servirà… e poi una bella canzone e, insomma, Bob Dylan.

May your wishes all come true (…)

May you grow up to be righteous
May you grow up to be true
May you always know the truth
And see the lights surrounding you
May you always be courageous
Stand upright and be strong
May you stay forever young
Forever young, forever young
May you stay forever young.

John Grant ha girato non poco in questi mesi nell’iPod. L’album, del 2010 è molto bello e questa Where the dreams go to die ha assunto improvvisamente significato.

I see you closing all the doors

I see the walls as they go up

Heaven è, per il sottoscritto, probabilmente uno dei miglior album dell’anno. Come si fa, poi, a non amare un album che parte con un pezzo del genere?

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La musica che gira intorno (a me): Christmas special edition

canzoni-nataleÈ il 22 dicembre. Mancano 3 giorni a Natale e non farò classifiche ché non amo farle, piuttosto controllarle per capire cosa mi sono perso durante l’anno (e si scoprono sempre cose molto interessanti, a dire il vero). Però il classicone della playlist natalizia non può mancare e così ecco una piccola selezione di canzoni da ascoltare per entrare in clima natalizio, ma neanche troppo.

Una playlist di Natale, però, deve cominciare con un classicone. L’importante è saper scegliere la versione; e così gli strumenti giocattolo suonati dai The Roots, Jimmy Fallon in versione caminetto e i bambini a fare il coretto erano troppo allettanti per non passare Mariah Carey e questa nuova versione di All I want for Christmas is you

Come già detto, Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, ha sfornato forse il miglior album italiano dell’anno. Prima di darsi alla carriera solista, però, era il cantante degli Albanopower che hanno rifatto in maniera splendida questa versione di Merry Christmas Darling dei Carpenter (ma il gruppo non è nuovo alle canzoni di Natale, visto l’ep del 2005 dal titolo “Christmas Ep”)

Difficile prima o poi sfuggire all’album natalizio e neanche gli She & Him ci sono riusciti. La scelta è caduta su Christmas Waltz, perché il valzer fa così natalizio! Ed è un po’ la scusa per far entrare Zooey Deschanel (che è in coppia con M. Ward) in una delle qualsiasi puntate della rubrica

Qui chiariamo subito la posizione di conflitto d’interessi: il cantante dei Fitness Forever è un amico. In fondo è il mio blog e avrei anche potuto evitare di sottolinearlo, ma lo faccio per spiegare che non c’entra nulla. I Fitness li adoro a prescindere e ascoltando questa canzone (strumentale) capirete il motivo. Su Šventom Kalėdom (titolo svedese) fa parte della compilation natalizia della Elefant Record, interessante etichetta spagnola (nel rooster The School e Casa Azul tra gli altri) e dei FF.

Questa versione di Last Christmas la mettiamo per l’affetto per Florence & The Machine

Questa degli Zen Circus è diventata ormai un classico contronatalizio. Nonne che regalano il solito paio di guanti, cene di Natale noiose in cui parenti sconosciuti ti riempiono di sganascini, ma soprattutto Abdul, che se ne fotte del Natale e senza soldi non ci pensa minimamente a darvi neanche un po’ di fumo (“E se stai male vai ‘o ‘spedale“)

Era il 2004 e Hot Fuss, il primo album dei Killers, l’ascoltai non poco. Qualche anno dopo uscirono con questa acidissima Don’t shoot me Santa che dà un che di verve a questa puntata della rubrica.

“Christmas with yours, Easter what you want” non è solo una strofa, è un manifesto. E non è difficile crederlo sapendo che a cantare questo pezzo sono gli Elio e le Storie Tese

Jens Lekman è un amore recente, ma è un amore che so duraturo, soprattutto dopo aver visto il suo live a Roma qualche giorno fa (e la chiusa con Pocketful of money). Recupero al volo questa Run away with me, che forse non è il meglio di ciò che ha fatto ma vi dà un piccolo assaggio (approfondite la conoscenza e se amate il pop, non potrà non conquistarvi)

Qui non c’è granché da dire. Grande album, grande pezzo, grande Tom Waits

Le canzoni da segnalare sarebbero tantissime. Nel caso aveste bisogno di pezzi e pezzi su Stereogum trovate un’altra selezione. Ma se volete restare in Italia, beh come da vari anni a questa parte andate sicuri con la selezione di Polaroid (seguite i link e troverete anche quella degli anni passati) a farvi compagnia.

Il discorso etico del “silenzio stampa”. Un pezzo per l’#IFJ13

twitter-blindDopo aver parlato del rapimento in Siria del corrispondente della NBC Richard Engel e dei suoi collaboratori in questo pezzo, in un altro sul sito del Festival del Giornalismo ho ripreso alcune cose dal vecchio pezzo, ampliandole, focalizzandomi sul discorso etico del “silenzio stampa” richiesto dalla NBC durante il rapimento. Ha ancora senso il blackout informativo nel mondo informativo di oggi? Se n’è discusso tra l’altro su Poynter, Gawker e Christian Science Monitor.

Ecco un estratto del pezzo:

Qual è il confine tra la protezione (della privacy, della vita) delle persone e il diritto d’informare? I problemi etici nel giornalismo si ripropongono a cadenze regolari (e sempre più brevi). Lo abbiamo visto, la settimana scorsa, con la strage di Newtown dove un ragazzo, Adam Lanza, ha ammazzato la madre insieme ad altre 25 persone, la maggior parte delle quali (20) erano dei bambini, prima di togliersi lui stesso la vita. Come succede puntualmente ad ogni evento simile, non appena è trapelato il nome di un primo indiziato diversi media sono corsi a spulciare i social per ottenere maggiori informazioni e magari qualche foto. Ma non sempre il primo nome a uscire è quello giusto e così capita che qualcuno che non c’entri nulla (nel caso specifico, il fratello del killer) si ritrovi gettato sulla prima pagina dei maggiori quotidiani mondiali.

Questo è uno dei casi più frequenti, ma proprio negli ultimi giorni alcuni giornalisti si sono ritrovati a doversi confrontare con un altro problema etico, ovvero quello del blackout informativo durante il rapimento di un collega in teatro di guerra.

(…)

Ha ancora senso, nel 2012, con un’informazione veloce e globalizzata, chiedere il blackout informativo quando, come successo nel caso specifico, vari media non americani divulgano in maniera continua informazioni anche in lingua inglese? E quando anche su Twitter circolavano tranquillamente informazioni o richieste di chiarimento sul rapimento? E soprattutto è giusto che i media si prodighino di più «per proteggere i propri giornalisti che le altre persone» come, appunto, è successo nel caso della tragedia di Newtown?

Potete leggere l’articolo intero sul sito del Festival Internazionale del Giornalismo.

L’immagine è quella dell’articolo originale ed è di @ungormite

Il rapimento Engel (NBC), l’etica del blackout e i giornalisti uccisi nel 2012

Richard Engel e il suo team durante l'intervista alla NBCRichard Engel, corrispondente della Nbc, e il suo staff sono solo gli ultimi dei reporter rapiti in Siria quest’anno. Tenuti prigionieri per cinque giorni, Engel e i due suoi collaboratori sono riusciti a scappare stamattina, durante l’ennesimo trasferimento. In un’intervista alla Nbc Engel ha raccontato come è avvenuto il sequestro.

Erano appena arrivati in Siria e stavano viaggiando scortati dai ribelli in una zona che avrebbe dovuto essere sotto il loro controllo quando l’auto è stata assalita da quelli che poi dedurranno essere forze lealiste al Presidente Bashar al-Assad. Quindici uomini armati sono sbucati da dietro alcuni alberi, li hanno fatti uscire dalla macchina, legati, incappucciati e gettati in un camion che avevano parcheggiato sul ciglio della strada per portarli poi in un posto sicuro.

Cinque giorni in cui, racconta il reporter, non hanno subito violenze fisiche, ma non sono mancate quelle psicologiche come, ad esempio, le pistole puntate alla tempia, le continue minacce di morte o la richiesta di decidere il nome di colui che avrebbe dovuto essere ucciso (più volte, poi, i rapitori gli hanno fatto capire che volevano usarli come merce di scambio). Almeno fino ad oggi, quando mentre subivano l’ennesimo trasporto in un altro luogo sono stati liberati dai ribelli, riuscendo a fuggire e a trovare riparo in Turchia.

Ma il rapimento Engel ha portato con sé un anche una polemica, per così dire, etica che ha riguardato diversi media. Nei giorni successivi il rapimento la Nbc aveva pregato di non divulgare notizie per ragioni di sicurezza. Cosa rispettata da alcuni e non da altri.

Cosa rispettata da alcuni e non da altri. Gawker, ad esempio, ne ha parlato ieri con uno dei pezzi più ripresi sui social media e Joon Cook, il giornalista che ha seguito la vicenda ha spiegato la scelta di non rispettarlo  (blackout che in passato fu chiesto anche dal New York Times per il rapimento di David Rohde nel 2008) così:

La ragione fondamentale del blackout ci è stata data in una conversazione off-record, quindi non posso dirvi qui le loro argomentazioni. Ma vi dirò questo: nessuno mi ha detto niente che indicasse una specifica, o anche solo generale, minaccia alla sicurezza di Engel. Nessuno mi ha detto: “Se tu ne parli, sappiamo che, o sospettiamo, che possa succedere X, Y o Z”. È stato assolutamente più vago e generale di questo.

(…)

In più, in pratica, non c’è stato blackout. Xinhua e Breitbart hanno pubblicato resoconti in inglese. C’erano circa 100 post al minuto su twitter sull’argomento. Era, insomma, una situazione in cui le informazioni erano facilmente accessibili su internet e nella regione (…)

In un articolo sul caso, Poynter (che ha rispettato il blackout) riporta i tweet di Jeremy Scahill, responsabile per The Nation della sicurezza interna, in cui il giornalista scrive prima che: “Quando la famiglia/datore di lavoro di un giornalista scomparso chiede ai media il blackout, questo deve essere rispettato” per poi aggiungere che “ci possono essere delle trattative di cui altri media non sono al corrente e bisogna rispettarle. Possono voler significare vita o morte per il giornalista scomparso”.

La fuga del giornalista e dei suoi collaboratori avviene proprio nel giorno in cui il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha rilasciato il suo report sui giornalisti uccisi nel 2012 (67) mentre lavoravano e viene poche settimane dopo sia un report simile dell’International Press Institute (IPI), sia dopo quelli sui giornalisti incarcerati nel mondo a causa del loro lavoro (ne ho trattato in questo articolo).

Nel report si rileva come sia proprio la Siria la nazione in cui sono morti più giornalisti a partire da metà dicembre 2011. Dal momento in cui il Governo ha praticamente vietato ai giornalisti di entrare liberamente nel paese questi sono costretti a correre molti più rischi (e paradossalmente i pochi collaboratori morti rispetto al passato dimostrano come siano obbligati a muoversi da soli e in clandestinità) e come sempre più i citizen journalist siano stati importanti e tra i più colpiti:

Con i giornalisti internazionali bloccati e i media tradizionali del posto sotto il controllo dello stato, i citizen journalist hanno preso videocamere e taccuini per documentare il conflitto – e almeno 13 tra loro l’hanno pagata a caro prezzo

La “guerra di Youtube” l’ha definita Paul Wood, corrispondente della BBC dal Medio Oriente: “C’è un ragazzo che corre con una pistola e altri due che lo seguono con una fotocamera”.

La maggior parte dei giornalisti uccisi, il 94% dice sempre il report, sono giornalisti locali che coprivano eventi del loro paese. Quattro sono stati quelli internazionali uccisi nel 2012 e tutti in Siria: l’americana Marie Colvin, del Sunday Times, il fotografo freelance francese Rémi Ochlik, il reporter di France 2 Gilles Jacquier e il giornalista giapponese Mika Yamamoto.

Grafico dei giornalisti morti dal 1992 al 2012

Grafico dei giornalisti morti dal 1992 al 2012

Un dato che riportava anche l’IPI è come siano i giornalisti dell’online quelli maggiormente colpiti. Sono infatti un terzo del totale, in netto aumento rispetto al 2011 quando furono un quinto. Il 28% dei morti, inoltre, erano freelance. Le nazioni più pericolose dopo la Siria sono la Somalia e il Pakistan, detentrice per il 2010 e il 2011 di questo macabro record.

Il report completo lo trovate qui in inglese mentre qui trovate un po’ di dati e grafici.

Questo è, invece, un video pubblicato sempre oggi dal CPJ sul rischio di fare informazione in Siria:

La musica che gira intorno (a me): Italian indie

musica blogNessun fatto particolare questa settimana, a parte le solite classifiche. Solo alcuni gruppi che girano e girano, accomunati solo dall’essere gruppi che una volta (anche ora?) si sarebbero definite indie. Gruppi che in qualche modo hanno lasciato un segno in quest’anno musicale italiano (alcuni in maniera oggettiva e altri per me, che poi è la cosa più importante per chi ha una rubrichetta con quella parentesi specificata).

I Sikitikis ad esempio. Un gruppo che avevo ascoltato un po’ con l’album precedente e che era caduto nel dimenticatoio (seppur riprendendolo in mano adesso, non meritava quell’indifferenza). Poi mi sono ritrovato il download gratuito dell’ultimo e l’ho fatto partire. Inizialmente la bocca ha fatto il classico movimento snob (portandosi tutto su un lato e portando con sé il naso), poi il piede ha cominciato ad andare a tempo, finché alcuni pezzi sono diventati fondamentali quando vuoi portare il piede a battere un po’ il tempo. Questa è “Soli”

I Soviet Soviet sono un gruppo che se fosse uscito negli anni 80 avrebbe fatto la storia del post punk italiano. L’album si chiama Nice ed è del 2011 e questa è Lokomotiv, che mi riporta dritto dritto ai Diaframma

Qualche anno fa non avrei mai immaginato di poter dire che quello dei Drink to me potesse figurare tra i migliori album italiani dell’anno (ma qui mettiamo al bando le classifiche), visto il mio amore per l’elettronica. Ma quest’album merita vari ascolti e scalate in classifica. Questa è Future Days

E rieccoci alla storia delle classifiche. L’album dei Vadoinmessico (gruppo misto di italiani e non) entrerebbe in questa classifica nelle prime posizioni. Ma noi delle classifiche abbiamo detto che ce ne freghiamo e ci godiamo sonorità à la Vampire Weekend. E in un momento in cui di pop ce ne riempiamo le mani Archaeology of the future ci sta una meraviglia. Ascoltatelo, ne vale la pena. Questa è Teeo

Il Gruppo Ics, invece, non ha ancora album alle spalle ma solo un paio di ep (ma forse dell’album se ne fregano, chissà). Non troverete recensioni, né una bio ufficiale, al massimo qualche foto in maschera sul blog. Quello che posso/so dirvi per certo è la passione del cantante per i Joy Division, che i testi ti si piantano in testa fin da subito, così come le melodie e che se avete bisogno d’energia non dovete fare altro che premere play; gli ep, infatti, li trovate in free download dal sito. Questa è “Ultimo Comunicato (Tributo al Tempo materiale)”, ispirata, come dice il titolo, al bel libro di Giorgio Vasta (“Il tempo materiale“, appunto)

Anche dei Mirabel si sa poco, se non che “Giordano Bruno” è la prima canzone di questo nuovo progetto e che del gruppo fanno parte Riccardo Abbruzzese e Alfredo Maddaluno, che assieme erano gli Atari e singolarmente suonano/hanno suonato nei Valderrama 5 e nei 24 Grana, Alessandro Innaro (EPO e 24 Grana) e Maurizio de Oliveira. Aspettando l’album completo questa è la prima canzone

E per un progetto nuovo che nasce, uno già rodato che si rinnova. I Foja, infatti, mi accompagnano da un po’ e dopo aver avuto un buon successo con il loro esordio “‘Na storia nova” (grazie anche al video di “‘O sciore e ‘o viento” girato da Alessandro Rak) hanno fatto uscire un EP live, registrato durante una serata al Trianon con un po’ di ospiti/amici (Libera Velo e Claudio Domestico degli GNUT). Questa è “Se pò sbaglia’”

Omicidi, arresti e censura: l’anno nero dell’informazione

digital dissidenceChe questo non dovesse essere un grande anno per i giornalisti in giro per il mondo è stato chiaro fin dai primi mesi, soprattutto gettando uno sguardo a quello che accadeva nella Siria martoriata dalla guerra civile. In poche settimane abbiamo visto morire una delle più note inviate di guerra, Marie Colvin, poco prima era toccato al giornalista francese Gilles Jacquier e al corrispondente del NYTimes Anthony Shadid, oltre a una enorme quantità di citizen journalist, attivisti e netizen uccisi, arrestati e perseguitati. E l’anno non si sta chiudendo nel migliore dei modi con i tre giornalisti palestinesi uccisi durante un raid israeliano e il giornalista brasiliano Carvalho che non è arrivato a festeggiare il 2013.

Secondo l’ultimo report dell’International Press Institute i giornalisti morti nel 2012 sono 128 (ma la lista purtroppo sembra destinata a crescere), 38 dei quali solo in Siria (26 per il CPJ che reputa la Siria il luogo più pericoloso al mondo per i giornalisti) e 16 in Somalia, le due nazioni col numero più alto di giornalisti ammazzati, seguiti dal Messico con 7 (5 solo nello stato di Veracruz) e 5 tra Filippine, Pakistan e Brasile. Quello di quest’anno è un record che speriamo non si alimenti di altri decessi da qui a fine mese. Nel 2011, sempre secondo l’IPI furono 102 e l’anno precedente 101, mentre nel 2009 furono 110. Dal 1997, anno in cui è nato l’IPI, solo il 2006, oltre a quelli citati, è l’anno in cui si è toccato i 100 morti.

La guerra ai giornalisti è ormai lanciata da tempo non solo dalla malavita (come i cartelli in Messico), ma anche dagli stessi governi che vedono in loro (e in chiunque cerchi di fare informazione) un pericolo per la tenuta dell’equilibrio di potere. Secondo il CPJ (ripreso da David Carr del NYTimes) almeno un terzo dei giornalisti morti dal 1992 sarebbero dovuti alla volontà dei governi o da forze paramilitari di mettere il silenziatore a chi potrebbe raccontare quello che succede in quei paesi. Ma proprio di ieri è la conta, sempre del CPJ, di quelli imprigionati. I giornalisti messi dietro le sbarre con accuse di diffamazione o comunque di reati contro lo Stato sono 232 (al 1 dicembre), 53 in più rispetto al 2011.

A farla da padrona, in quest’altra classifica, non è più la Siria bensì la Turchia seguita da Iran e Cina con accuse che vanno sempre dal terrorismo, al tradimento, all’eversione.

In Turchia, scrive sempre il CPJ, una dozzina di quei giornalisti sono curdi e spesso sono messi in carcere senza che le autorità accertino la differenza tra il “coprire” la notizia relativa, ad esempio, a gruppi fuorilegge, investigare su argomenti sensibili o favorire realmente il terrorismo e/o attività antisociali. Quarantacinque sono, invece, quelli detenuti in Iran, che ha applicato un giro di vite dopo le elezioni del 2009, mentre in Cina 19 detenuti su 32 sono tibetani o uiguri.

Una classifica che si può fare anche a seconda dei supporti su cui questi giornalisti scrivono. Circa la metà (118), infatti, lavorava prevalentemente sul web, seguiti da quelli su carta (77) poi su radio, tv e i filmaker.

Insomma, se la Turchia è il paese in cui è più facilmente essere messi in carcere (soprattutto se siete curdi), il paese più pericoloso per i giornalisti resta, comunque, senza dubbio la Siria come dicono i numeri e racconta in un lungo e interessante pezzo l’American Journalism Review.

Ma se proprio non si riesce a zittirli ammazzandoli o mettendoli in prigione, c’è sempre la censura a mettere i bastoni tra le ruote di chi cerca di dare e fare informazione, che siano professionisti o netizen e attivisti. Se migliorano giorno dopo giorno le tecnologie che permettono di bucare firewall o comunque aggirare la censura è anche vero, come sottolinea anche Morozov nel suo “L’ingenuità della rete”, che questa innovazione vale anche per i governi che la utilizzano per stringere sempre più il controllo del dissenso (riferito all’Iran post Rivoluzione verde, infatti, Morozov scrive ad esempio, che “Le autorità non rifiutavano certo la tecnologia; anzi, erano più che felici di godere dei suoi benefici”). E così capita di andare in carcere per un like su Facebook, come successo a due ragazze in India o ritrovarsi leggi ferree che mascherano leggi liberticide dietro un’immagine di guerra al cyberterrorismo, come succede negli Emirati Arabi, o essere accusati di apostasia, sempre per colpa di uno status su facebook, come successo al blogger yemenita Ali Qasem Al-Saidy (ma gli esempi sono un’infinità anche solo volendo restare agli ultimi mesi).

Una delle più importanti sfide dell’era digitale, quindi, è quella di trovare modi per difendere la libertà d’espressione, come scrive Foreign Policy, in una battaglia che mette contro cittadini e governi che “cercano di mettere dei limiti a ciò che è lecito dire e ciò che non lo è”. Reporters sans frontières, nel suo “piccolo”, qualche settimana fa ha cercato di ovviare mettendo a disposizione un sito, che ha chiamato We Fight Censorship, in cui pubblica articoli che sono stati censurati o che hanno portato a rappresaglie contro chi li ha scritti. Materiale che è accompagnato da una descrizione dell’autore e dal racconto del contesto in cui è nato ed è stato censurato. Per restare in Italia, invece, ci pensa Fabio Chiusi a raccogliere nel tumblr Digital Dissidence quelle che sono le notizie che hanno a che fare, appunto, con la lotta quotidiana che riguarda la dissidenza digitale.

Foto via Il Nichilista

La musica che gira intorno (a me): Paris

musica blogDal 2008, anno in cui andai a vivere a Parigi, il periodo natalizio lo lego a questa città. Saranno state le classiche vetrine della galleria La Fayette, animate ogni anno da un artista diverso (nel 2009 ci furono anche installazioni di David Lynch) o sarà quell’improponibile ruota panoramica a Place de la Concorde (la Grande roue de la Concorde) o la neve. Anzi, sicuramente saranno il freddo gelido e quella neve che, prima di quell’anno, il Natale lo caratterizzava solo nei soliti, imperdibili, film o nelle veloci puntate belghe. Fatto sta che questo 8 dicembre mi piacerebbe stare là, tra una colazione al Coquelicot ad Abbesses e una soupe à l’oignon da François a rue Lamartine.

Vista l’impossibilità, ci si accontenta del surrogato napoletano dell’inverno (con, al massimo, spolverata di neve sul Vesuvio) e a Parigi ci si torna con alcune canzoni dedicate.

Quando andammo via dalla Francia un’amica ci dedicò un pezzo di Camille e il suo addio mal riuscito alla capitale. La canzone è quello che è, ma di fronte alle dediche e ai ricordi si alzano le mani.

Parigi però vuol dire Gainsbourg e Le Poinçonneur de Lilas oltre ad essere stato fisso nel mio iPod attraversa un po’ Parigi e racconta un’alienazione che è l’altra faccia parigina (J’fais des trous des p’tits trous, des p’tits trous, toujours des p’tits trous. Des trous de seconde classe, des trous de premiere classe).

Ma Parigi è Saint Michel, il lungo Senna, Montmartre, certo, ma anche banlieue. E così c’è quella cantata da Jean Ferrat che è un po’ più che sfondo nel racconto della sua Môme (“Lei lavora in una fabbrica a Creteil”).

Ma c’è anche quella più dura cantata dal gruppo rap più famoso di Francia i (furono) IAM. La banlieue cantata da Akhenaton, ex leader del gruppo, non è quella in cui vive e lavora la propria donna, piuttosto lo sfondo di quello che Kassovitz ha raccontato ne “La Haine”. Una banlieue disperata, in cui il “domani è lontano”. Un racconto lunghissimo (9.20 minuti) e lucidissimo.

Neanche la Piaf può mancare. Perché provateci a mettere su Edith di domenica mattina, dopo che hanno suonato le campane del Sacre Coeur, e cantare a squarciagola mentre si fanno le pulizie. La storia che racconta qui è quella dell’amore (finito male) di una donna per “L’Accordéoniste”.

Beh i francesi, senza dubbio. Ma anche gli italiani hanno dedicato canzoni alla (ex) Ville Lumiére. Quella degli Après la Classe forse è una Parigi un po’ troppo idealizzata, ma il ritmo frenetico della patchanka, in parte, la caratterizza.

Prima di immaginare solamente di poterci andare a vivere, è capitato un periodo in cui questa canzone di Daniele Silvestri l’ascoltavo spesso. Perché Parigi può essere un buco (rispetto a Roma, ad esempio) ma anche “così immensa”.

Enzo Carella è stata la scoperta della settimana. Scoperto molto tardi e grazie alla cover di Colapesce, che ha ripreso proprio questa bellissima canzone che è Parigi. Su Carella, però, ci torneremo con un pezzo a parte. Intanto godetevi questo piccolo gioiello con parole di Pasquale Panella (sì quello che prese il posto di Mogol al fianco di Battisti)

Ma la mia Parigi è stata soprattutto due cose. È stata la città in cui ritrovarsi a fare cose che in Italia non avevo mai fatto: “ballare” pizziche e tarantelle con un gruppo formato da due gemelli pugliesi e un ragazzo calabrese che rivisitano canzoni popolari del sud. Riturnella era IL must. Provate ad andare a Parigi e chiedere dei Telamurè, uno su tre saprà indicarvi la loro prossima data:

Infine Parigi è tango. La Francia è tango; e così non si poteva sfuggire. Siamo rimasti ai passi base, certo, ma Parigi rimane anche quello: “Corazon a corazon” come diceva il maestro: