La musica che gira intorno (a me): Paris

musica blogDal 2008, anno in cui andai a vivere a Parigi, il periodo natalizio lo lego a questa città. Saranno state le classiche vetrine della galleria La Fayette, animate ogni anno da un artista diverso (nel 2009 ci furono anche installazioni di David Lynch) o sarà quell’improponibile ruota panoramica a Place de la Concorde (la Grande roue de la Concorde) o la neve. Anzi, sicuramente saranno il freddo gelido e quella neve che, prima di quell’anno, il Natale lo caratterizzava solo nei soliti, imperdibili, film o nelle veloci puntate belghe. Fatto sta che questo 8 dicembre mi piacerebbe stare là, tra una colazione al Coquelicot ad Abbesses e una soupe à l’oignon da François a rue Lamartine.

Vista l’impossibilità, ci si accontenta del surrogato napoletano dell’inverno (con, al massimo, spolverata di neve sul Vesuvio) e a Parigi ci si torna con alcune canzoni dedicate.

Quando andammo via dalla Francia un’amica ci dedicò un pezzo di Camille e il suo addio mal riuscito alla capitale. La canzone è quello che è, ma di fronte alle dediche e ai ricordi si alzano le mani.

Parigi però vuol dire Gainsbourg e Le Poinçonneur de Lilas oltre ad essere stato fisso nel mio iPod attraversa un po’ Parigi e racconta un’alienazione che è l’altra faccia parigina (J’fais des trous des p’tits trous, des p’tits trous, toujours des p’tits trous. Des trous de seconde classe, des trous de premiere classe).

Ma Parigi è Saint Michel, il lungo Senna, Montmartre, certo, ma anche banlieue. E così c’è quella cantata da Jean Ferrat che è un po’ più che sfondo nel racconto della sua Môme (“Lei lavora in una fabbrica a Creteil”).

Ma c’è anche quella più dura cantata dal gruppo rap più famoso di Francia i (furono) IAM. La banlieue cantata da Akhenaton, ex leader del gruppo, non è quella in cui vive e lavora la propria donna, piuttosto lo sfondo di quello che Kassovitz ha raccontato ne “La Haine”. Una banlieue disperata, in cui il “domani è lontano”. Un racconto lunghissimo (9.20 minuti) e lucidissimo.

Neanche la Piaf può mancare. Perché provateci a mettere su Edith di domenica mattina, dopo che hanno suonato le campane del Sacre Coeur, e cantare a squarciagola mentre si fanno le pulizie. La storia che racconta qui è quella dell’amore (finito male) di una donna per “L’Accordéoniste”.

Beh i francesi, senza dubbio. Ma anche gli italiani hanno dedicato canzoni alla (ex) Ville Lumiére. Quella degli Après la Classe forse è una Parigi un po’ troppo idealizzata, ma il ritmo frenetico della patchanka, in parte, la caratterizza.

Prima di immaginare solamente di poterci andare a vivere, è capitato un periodo in cui questa canzone di Daniele Silvestri l’ascoltavo spesso. Perché Parigi può essere un buco (rispetto a Roma, ad esempio) ma anche “così immensa”.

Enzo Carella è stata la scoperta della settimana. Scoperto molto tardi e grazie alla cover di Colapesce, che ha ripreso proprio questa bellissima canzone che è Parigi. Su Carella, però, ci torneremo con un pezzo a parte. Intanto godetevi questo piccolo gioiello con parole di Pasquale Panella (sì quello che prese il posto di Mogol al fianco di Battisti)

Ma la mia Parigi è stata soprattutto due cose. È stata la città in cui ritrovarsi a fare cose che in Italia non avevo mai fatto: “ballare” pizziche e tarantelle con un gruppo formato da due gemelli pugliesi e un ragazzo calabrese che rivisitano canzoni popolari del sud. Riturnella era IL must. Provate ad andare a Parigi e chiedere dei Telamurè, uno su tre saprà indicarvi la loro prossima data:

Infine Parigi è tango. La Francia è tango; e così non si poteva sfuggire. Siamo rimasti ai passi base, certo, ma Parigi rimane anche quello: “Corazon a corazon” come diceva il maestro:

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