Come si racconta il dolore?

Gli ultimi mesi del 2012 hanno portato con sé la lettura di tre libri legati tra loro da un tema (non l’unico all’interno dei singoli libri ma, a mio parere, il principale): il dolore. Tre libri che non sono romanzi puri ma raccontando storie vere pongono lo scrittore al centro del racconto. Il dolore è quello per la perdita di una persona cara, o comunque vicina. Quella dolorosissima di un figlio, raccontata in Tout les enfants sauf un (“Tutti i bambini tranne uno”, in italiano) di Philippe Forest, quello della cognata (qui la storia è un po’ più complessa non essendoci un rapporto stretto tra l’autore e il soggetto del libro), ma, prima ancora, della perdita della figlia da parte di due genitori durante lo tsunami del 2004, come racconta Emmanuel Carrère in D’autres vies que la mienne (“Vite che non sono la mia”, in italiano) e quella del proprio marito raccontata da Joan Didion in L’anno del pensiero magico. Tre libri capitati sotto mano per puro caso (se vogliamo credere che i libri si comprino o si leggano “per caso”).

forest tous les enfantsIl 24 gennaio del 2011 mia figlia doveva ancora nascere, ma la mia ex compagna era in ospedale, ricoverata e quasi pronta al parto. Quella sera ero solo a casa e mentre mi giravo nel letto pensando a quello che sarebbe diventata la mia vita da lì a poco decisi di provare a leggere qualcosa per stancarmi. Non so quale fu il motivo che mi spinse a scegliere, tra tutti i libri che avrei voluto leggere, “Tous les enfants sauf un” di Forest, uno scrittore francese che da noi era pubblicato da Alet e del quale avevo comprato qualche libro durante un viaggio in Francia di un paio di mesi prima.

Di Forest ne avevo letto molto bene e me ne aveva parlato altrettanto bene, qualche anno prima, un amico di quelli di cui ti fidi ciecamente quando ti consigliano libri. Ma Philippe Forest ha una storia particolare e quel libro la racconta, una storia che aveva già raccontato e che, soprattutto, non avrei voluto leggere in quel periodo. Ma si sa, a volte qualcosa ci porta a far sì che la cosa giusta da fare (leggere proprio quel libro, in quel caso) cozzi con la volontà.

Tous les enfants sauf un, infatti, è la storia della perdita da parte dello scrittore della figlia di quattro anni a causa di un tumore. Non è, in effetti, il libro più adatto da leggere quando a ore dovrebbe nascere tua figlia. Probabilmente (chissà, è solo un’ipotesi basata sul nulla, alla fine) a convincermi fu quel legame che in qualche modo lega la nascita alla morte, o forse era solo un modo di esorcizzare la paura che qualcosa potesse non andare nel verso giusto.

Mia figlia è nata il giorno dopo e per tre giorni è dovuta rimanere, assieme alla madre, in ospedale. E in quei tre giorni, con tutte le difficoltà di lettura (era uno dei primissimi libri che leggevo interamente in lingua) ne avevo letto praticamente metà. Ma quando madre e figlia tornarono a casa, nonostante il libro mi avesse preso, decisi che era il caso di posarlo al suo posto nello scaffale della libreria. Continua a leggere

Colapesce e Meg, l’elettronica di una coppia Bipolare

meg_colaIl palco è completamente bianco. E ci sono delle lampadine sparse che si accendono a intermittenza. Sono in quattro: Meg, Colapesce, Alessandro Quintavalle e Mario Conte. Quella di Napoli è la terza tappa di Bipolare, ovvero il tour che Meg e Colapesce hanno deciso di portare in giro in Italia, in poche tappe mirate.

Bipolare è il progetto nato dalla mente di questi due musicisti che, dopo aver collaborato per il video di Satellite, pezzo del fortunato “Un meraviglioso declino” (qui potete ascoltare la versione Deluxe dell’album), in cui la cantante napoletana ha accompagnato il collega e amico siciliano, non si sono più lasciati, decidendo di fondere i propri repertori e le proprie esperienze musicali. Diciamola tutta, a rischiare, se di rischio vogliamo parlare, è Colapesce. Ed è spiazzante, in effetti, trovare i pezzi del suo album riarrangiati in chiave elettronica, a differenza di Meg che in quel mare elettronico ci sguazza alla grande. È lui quello che si mette maggiormente in gioco, in fondo, e nonostante sporadici momenti di spaesamento, ne esce molto bene.

Ma il bello è che quelle canzoni spogliate e rivestite riprendono vita. Una vita diversa, certo. E, diciamolo, tanta parte del merito va a Mario Conte, il musicista/produttore napoletano, da sempre collaboratore dell’ex 99 Posse (inventore con lei del “Concerto per iPhone“) e ora parte decisiva, assieme a Quintavalle, di quel miracolo elettronico che si crea sul palco. Perché è vero che Meg e Colapesce “sono” Bipolare, ma è altrettanto vero che gli arrangiamenti di Conte sono lì a sbalordirti (e prendetevi un secondo a guardarlo mentre balla sulle proprie note), e si attaccano perfettamente addosso ai pezzi di Colapesce, riuscendo anche a ridare slancio, semmai ce ne fosse bisogno, a quelli di Meg.

Insomma se vi aspettate un concerto di Colapesce lasciate perdere, diciamo che forse questo tipo di concerto è più congeniale a Meg, la quale però si mette totalmente in gioco, anche quando decide di mettersi a fare la spalla.

La non perfezione dei meccanismi tra i due, quell’affiatamento di cui sono ancora – alla terza data e dopo pochi giorni effettivi di prove – alla ricerca (e i problemi tecnici del concerto napoletano non è che abbiano aiutato) però non disturbano, perché i due sono bravi a scoprirli, metterli in scena, farli parte attiva dello show. E così lo senti ma fingi, assieme a loro, che faccia parte dello spettacolo.

colapesce megIntanto, infatti, la musica va, i riarrangiamenti riescono a dare qualcosa in più, forse soprattutto a chi – il sottoscritto – l’album di Colapesce lo conosce ormai a memoria e si aspetta, nonostante i comunicati stampa lo precisino, un gusto già noto.

Ma è bello anche ritrovarsi a cantare a memoria pezzi di Meg che non riascoltavi da un po’. E così vengono automatiche le parole della bella “Napoli città aperta”, il classico, ormai, “Distante”, “È troppo facile”, ma viene bene anche il nuovo singolo “Promemoria”. Non ricordare tutta la scaletta a memoria (ma di Colapesce ricordo la versione straniante di “Restiamo a casa” – “Ma su disco fa lo stesso effetto?”, m’ha chiesto un amico. “Sì” gli ho risposto “solo un po’ più nuda – o “Oasi”), invece, lo appunto come merito ai due. Non l’ho segnata, né tenuta a mente (in più ero lì in veste di fan e non per lavoro), ma ricordo di aver cantato per quasi tutto il concerto (portando spesso il tempo in diversi modi, dalla testa alla mano sul petto, al classico movimento dei piedi) e le canzoni spesso si mescolavano in testa uscendone come un flusso continuo. Credo, ma è solo un’impressione, che sia questo uno degli obiettivi di questo esperimento. Un obiettivo raggiunto, almeno per chi scrive.

colapesce

Le cose che ho imparato: i tuoi insegnamenti e la tua eredità.

Ingrid costruzioniQuello che ho imparato in questi ultimi due anni me l’hai insegnato soprattutto tu. Perché non si nasce imparati, ma per imparare bisogna avere un’ottima insegnante e, soprattutto, non nascondersi dietro quelle questioni di genere che spero non ti troverai mai ad affrontare. Le cose che ho imparato sono cose pratiche, ma soprattutto immateriali.

Proprio poco prima di scrivere queste righe ho letto un pezzo che si intitola “Padri che si interessano dei propri figli: è genitorialità non babysiting” e mai titolo descrive meglio quello che penso voglia dire essere padre. Non esiste una definizione dell’essere padri, né un modo univoco per giudicarne la bontà o meno. Però ti dico quello che penso e mi hai insegnato.

Partendo da un presupposto importante, quello per cui io e te abbiamo avuto la fortuna di vivere un anno e mezzo praticamente in simbiosi, ora dopo ora, dal momento in cui ti svegliavi a quello in cui andavi a dormire. Nessun problema di congedo parentale, né per me né per tua madre, niente. Alternandoci, a volte, siamo riusciti sempre a stare il massimo del tempo che potevamo con te. E così mi hai insegnato a prendermi cura di te. Tu e tua madre, ovviamente, perché comunque, nel mondo in cui viviamo noi oggi è ancora la madre quella che deve prendersi cura dei figli. Che lo faccia il padre è un plus, ma la madre non può sbagliare. Ecco, abbiamo cercato di lottare contro questa idea assurda di una paternità a metà. Perché è vero che avevo la fortuna di lavorare a casa, ma credo che non mi sarei mai perdonato l’incapacità di cambiare un pannolino.

Solo una volta io e tua madre siamo arrivati a un compromesso. Lei ti avrebbe tenuto pulito ciò che restava del cordone ombelicale (che io credevo mi avrebbe fatto impressione), io ti avrei tagliato le unghie di mani e piedi, cosa che tua madre aveva paura a fare. Poi, vabbè, è successo che quando sei nata ce lo siamo praticamente scordati. E ci siamo fatti compagnia di notte, ogni tre ore fino al mattino quando ti svegliavi definitivamente, ti si cambiava assieme e abbiamo deciso che gli omogeneizzati no, meglio comprare verdura e legumi freschi, fare attenzione a fare il brodo ogni giorno, giorno e mezzo e farti le pappe a mano. E io che sono una schiappa e non avrei saputo fare un sugo per me, credimi, ho imparato a fare quelle pappe in maniera decente. E tu sei stata così brava da evitare di sputarmele in faccia. Abbiamo trovato un compromesso, nel gusto. Sei stata brava e furba: non hai scelto tra mamma e papà per la tua prima parola, ma hai detto “miao”, poi hai accennato un “pa-pa”, ma tra quelle due la prima parola cosciente che hai detto è stata “mamma”, lasciandomi illudere, però, che quel “pa-pa” potesse essere un precursore di qualcosa. Ma ti avremmo perdonato qualisasi cosa. Ecco, forse non facevo la lavatrice (ma ho imparato a farla, in qualche modo). Quella la faceva mamma, un po’ perché io davo colpevolmente per scontato che la facesse lei, un po’ perché vi divertivate a mettere i panni in lavatrice e io guardavo. Però m’è capitato più spesso di quanto potessi immaginare di stirare (ma là facevamo a gara a chi perdeva e arrivava ultimo).

Mi hai insegnato a non distrarmi. Cioè mi hai insegnato a non distrarmi con te. Non so se ci sono riuscito, ma credimi, la distrazione è parte integrante di me e forse era la cosa che prima che nascessi mi faceva più paura, e che popolava i miei incubi. Io mi distraggo, spesso. Mi distraggo quando, presentandosi, la gente mi dice il proprio nome e i 5 minuti successivi è un continuo inseguimento a ricordarlo; mi distraggo quando non mi segno la lista delle cose da comprare e capita sempre di dover riscendere. Ma con te non è successo. Mai.

Mi hai insegnato a mollare tutto e giocare, io, così ligio al dovere e al lavoro. Ma quando mi prendi per mano mi fai squagliare. Mi hai insegnato ad avere a che fare con una piccola donna e a fare i conti con la responsabilità totale di un’altra persona. Ma tu lo sai e così fai di tutto per sgravarmi di quel peso. Pochissimi lamenti, pochissime lacrime, quasi autosufficiente, con quel tuo piccolo e stupendo vocabolario fatto di onomatopee di animali e suoni assonanti come quel “piàpia” per “acqua”, o quel “boh” con la testa affossata nelle spalle, dopo che hai dato un finto schiaffetto: “Chi è stato?”, “Boooooh!”.

Mi hai insegnato ad aspettarti e a resistere, soprattutto in questi ultimi, difficili, mesi. Mi hai dimostrato che il ricordo e l’amore non hanno bisogno sempre e per forza della quotidianità, ma quello, credo, me lo hai insegnato per addolcire la pillola e te ne ringrazio. Mi hai insegnato che a modo proprio si può essere forti anche a un anno e mezzo e comprendere i cambiamenti più drastici. Più di quanto possano e abbiano compreso tanti adulti.

Poi, certo, si sbaglia, e di sbagli ne abbiamo fatti e ne faremo. Un paio di giorni fa sei stata male (siamo tutti influenzati, io, te, tua madre e anche una delle tue nonne), ma tu avevi dolore al pancino. Io non sono venuto. Ecco, questo è stato un errore. L’ho fatto perché avevi dormito bene a metà mattinata e avevo saputo che stavi giocando tranquillamente. Poi dopo qualche ora ho saputo che mamma ti aveva portata al pronto soccorso e che, vabbè, non era niente di grave, ma comunque forse se fossi venuto prima, lì in ospedale ci sarei stato anche io. Insomma si sbaglia e si sbaglierà e chissà quante volte penserai che ho sbagliato mentre io sarò pienamente convinto del mio aver agito alla perfezione. Ma sarà bello perdonarsi, no? In fondo non è anche quello parte dei nostri ruoli?

L’anno scorso fu “Forever Young” di Bob Dylan che ti dedicai per il tuo primo anno, ma quest’anno Biolay cade a pennello. Perché non deve valerti sempre come giustificazione, ma spesso alcune cose sono un’eredità per cui non potrai farci molto.

Auguri Ingrid

Se ami le sere di pioggia
bimba mia, bimba mia
le viuzze dell’Italia
e i passi dei passanti
l’eterna litania
delle foglie morte nel vento
che emanano un ultimo grido,
grida figlia mia

Se ami le schiarite
figlia mia, figlia mia
Fai un bagno di mezzanotte
nel grande oceano
se ami la vita cattiva
il tuo riflesso nello stagno
se tu vuoi i tuoi amici
vicino a te, sempre

Se preghi quando arriva la notte
figlia mia, figlia mia
se non porti fiori sulle tombe
ma hai a cuore chi viene a mancare
se hai paura della bomba
e del cielo troppo grande
se parli alla tua ombra
ogni tanto

Se ami la marea bassa
figlia mia, figlia mia
il sole sulla terrazza
e la luna sotto il vento
se si perdono spesso le tue tracce
quando arriva la primavera
se la vita ti oltrepassa
vai figlia mia

Non è colpa tua
è la tua eredità
e sarà ancora peggio
quando avrai la mia età
Non è colpa tua
è la tua carne, è il tuo sangue
Bisogna accontentarsi,
o, anche no

Se dimentichi i nomi
gli indirizzi e le età
ma quasi mai il suono
di una voce, un volto
se ami ciò che è buono
se vedi dei miraggi
se preferisci Parigi
quando arriva l’uragano

Se ami i gusti amari
e gli inverni tutti bianchi
se ami gli ultimi bicchieri
e i misteri inquietanti
se ami sentire la terra
e zampillare il vulcano
se hai paura del vuoto
vuoto, figlia mia

[RIT]

Se ami partire prima
figlia mia, figlia mia
prima che l’altro si svegli
prima che ti lasci in sospeso
se hai paura del sonno
e del passare del tempo
se ami l’autunno vermiglio
meraviglia, rosso sangue

Se hai paura della folla
ma sopporti le persone
se le tue idee crollano
la sera dei tuoi vent’anni
e se niente si svolge
secondo i tuoi piani
se non sei che una pietra che rotola
rotola, figlia mia

[RIT]

Figlia mia

Quella retorica spicciola dei manifesti anti-Saviano

savianorobertoDa un paio di giorni sono apparsi a Napoli dei manifesti anti Saviano, dopo lo striscione polemico, apparso a Scampia qualche giorno fa, che se la prendeva con lo scrittore di Gomorra. Quando si tratta di polemizzare con Saviano, reo di tutti i mali di Scampia per alcuni, sembra che non si badi a mezzi, spese e soprattutto retorica. La polemica nasce dalla richiesta fatta dalla produzione di una fiction tratta da Gomorra di utilizzare alcuni spazi per girare. Richiesta respinta dal Presidente della Municipalità Pisani stanco, a suo dire, di veder sfruttata l’immagine di Scampia in questo modo negativo:

“Come presidente della municipalità e per gli investimenti in cultura e legalità che noi stiamo facendo certo di interpretare anche i sentimenti di quanti vivono nelle zone a Nord di Napoli, per troppo tempo lasciate colpevolmente abbandonate, mi oppongo decisamente alle riprese della nuova ‘Gomorra’ versione Scampia”, ha spiegato Pisani.

“Non consentiremo di danneggiare presente e futuro di tanti giovani che devono essere orgogliosi di vivere in questa zona a Nord di Napoli e fieri di continuare a pretendere dallo Stato messaggi positivi nella lotta ai camorristi e alla necessità di estirparli da questo territorio per metterli in galera. Ma dopo la repressione -ha proseguito Pisani- servono risorse per il rilancio dell’economia e del lavoro”.

Da lì si è scatenato una lunga polemica che ha visto tra l’altro, ancora una volta, polemizzare lo scrittore e il sindaco De Magistris (polemiche che hanno portato la produzione a inserire tre nuovi personaggi “positivi”)

Ma dicevamo dei cartelloni e della loro retorica: “Chi specula su Napoli è il colpevole di tutto” si legge in grande. Una frase che in sé vuol dire molto poco. Bisognerebbe capire il significato che si dà al termine speculare, ad esempio. Veramente tutti quelli che in questi giorni hanno detto la propria sull’argomento hanno letto la sceneggiatura della fiction in modo da poter dire che è una vera e propria speculazione? Raccontare il degrado di un quartiere attraversato tuttora da una guerra di camorra vuol dire speculare? Cosa significa la frase “è colpevole di tutto”? Di tutto cosa, di grazia? È colpevole della guerra di camorra? È colpevole di anni di malagestione che attraversano trasversalmente politiche e politici?

Ma il capolavoro viene dopo: “Saviano. Scampia non ha bisogno di fiction. Ha bisogno di posti di lavoro”. Ecco, un capolavoro. Scopriamo quindi che Saviano è anche responsabile del problema lavoro. In effetti il legame tra il girare una fiction a Scampia e il problema lavoro non è lampante solo a chi è in malafede, ovviamente. Tutti sanno, invece, che il tasso di occupazione del quartiere era tra i più alti in Europa, ma il danno di immagine dovuto a Gomorra ha poi buttato il quartiere in un periodo di povertà estrema.

Ma battute a parte, è mai possibile ridurre i problemi atavici di un quartiere enorme e pieno di potenzialità (in idee e in essere come quel terzo settore che si fa il mazzo quotidianamente per migliorare anche solo un po’ la situazione del quartiere) come Scampia a Saviano? Qui sembra che Scampia sia da prima pagina solo quando scatta la polemica con lo scrittore o dopo una sparatoria. E la colpa è anche mia, sia chiaro. Mia come giornalista che non riesce a portare avanti un discorso lungo e serio sul quartiere (che, ammetto – e non ne faccio una giustificazione -, vivo da poco) e mia come cittadino che per anni ha vissuto le notizie su quel quartiere come qualcosa, sì, di grave, ma senza prendersi un vero e proprio impegno.

Poi, manifesti a parte, ognuno è libero di discutere su Gomorra 2 sì, Gomorra 2 no, di fare petizioni etc, ma sarebbe bene che si discutesse anche nel merito vero dei problemi del quartiere senza operazioni del genere, da cui non può che venire retorica spicciola da cavalcare sull’onda emotiva del momento.

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Gli Smiths e le (non) notizie sulla loro reunion

The SmithsIl confine tra cosa sia una notizia e cosa non lo sia è, al giorno d’oggi, molto labile. Ogni giorno ci troviamo di fronte a un flusso d’informazioni tale che spesso neanche ci facciamo caso e la news di politica si mescola a quella sull’ultimo tatuaggio del tal vip, all’omicidio per strada passando per lo sguardo al famoso colonnino morboso.

Comunque no, non volevo fare un discorso generale, anche perché sarebbe così generale e pieno di esempi che ci vorrebbe troppo tempo, così prendo ad esempio un articolo che mi è capitato sotto mano ieri mattina. Nella consueta rassegna stampa mattutina, su Consequences of Sound ho trovato questa (non) notizia: “Morrissey non riunirà gli Smiths per il Coachella 2013”.

Per chi non lo sapesse, il Coachella è uno dei migliori festival musicali (“music and Arts Festival”) al mondo, quindi uno degli eventi più attesi della stagione e la ricerca dello scoop sui nomi fa parte del grande gioco dell’informazione musicale. Quel gioco per cui – parentesi – sempre ieri mattina potevamo leggere, sempre su CoS, una quasi notizia, ovvero che i Rolling Stone NON sarebbero stati tra gli headliner di quest’edizione del festival. Non potendola definire pienamente una non-notizia, rientra però appieno nel limbo delle quasi-notizie. La particolarità sta nel fatto che questa news fa parte delle classiche voci smentite da voci. Anzi, a dire la verità, i RS, o chi per loro, ci hanno messo un po’ del loro quando nell’app sul tour avevano incluso la data del 12 aprile (data di inizio del festival) proprio al Coachella, ma senza farlo seguire da una comunicazione ufficiale. Una data che è stata dopo poco cancellata. Insomma nulla di ufficiale, ma la notizia poteva starci, così come la susseguente smentita.

Ma torniamo agli Smiths. Chi conosce minimamente il gruppo sa che due cose sono certe: la prima è che tutti i festival vorrebbero che Morrissey, Marr & Co. tornassero assieme su un palco sotto l’egida The Smiths, e sarebbero pronti a coprirli di soldi e non solo (CoS ricorda come lo stesso Coachella si sia reso disponibile, visti i gusti del Moz, a creare un’edizione totalmente vegetariana dell’evento). E come biasimare gli organizzatori? Chi non vorrebbe rivedere e riascoltare uno dei pochi gruppi che con all’incirca 70 canzoni in repertorio (in 4 anni), divisi in 4 album in studio e varie altre registrazioni, è entrato di diritto nel pantheon delle band che hanno fatto la storia della musica inglese? “The Smiths: la miglior band di sempre?” si è chiesto provocatoriamente Salon nella recensione alla biografia del gruppo scritta da Tony Fletcher, con tanto di intervista in cui l’autore posizionava la coppia Morrissey/Marr al di sopra delle coppie Lennon/McCartney e Jagger/Richards. Provocatorio senza dubbio, ma non sorprende vedere il gruppo equiparato a quei mostri sacri.

La seconda cosa che i fan del gruppo sanno è che sono state maggiori le frequentazioni degli avvocati dei rispettivi membri del gruppo di quanti siano stati gli incontri dai loro assistiti. Troppo spesso le aule di tribunale più dei palchi sono stati palcoscenico di scontri che hanno portato Morrissey a pronunciare la celeberrima frase per cui preferirebbe mangiare i propri testicoli che riformare gli Smiths, “e questo detto da un vegetariano”.

Insomma tutti sanno che Morrissey non ha intenzione – e l’ha dichiarato più e più volte – di riformare gli Smiths, purtroppo, così come tutti quelli che seguono queste cose sanno che ogni anno il Coachella ci prova ricevendo la solita porta in faccia – e lo ha dichiarato nella consueta conferenza stampa di presentazione anche il fondatore del festival Paul Tollett che una voltà arrivò a offrire al gruppo 5 milioni di dollari.

Insomma il Coachella, come ogni anno, ha invitato gli Smiths a suonare al Coachella. Gli Smiths, come ogni anno hanno rifiutato o, meglio, non hanno manco preso in considerazione l’idea della reunion – al Coachella come a nessun altro festival.

Dunque, e torniamo alla domanda iniziale: dove sta la notizia che non la trovo?

Lysandre: l’esordio di Christopher Owens (ex Girls) convince a metà

Lysandre OwensIeri è uscito Lysandre, l’album d’esordio di Christopher Owens, ex leader dei Girls, una delle band più interessanti di questi ultimi anni. In occasione di questa uscita abbastanza attesa, visto anche il successo dei due album del gruppo, il New York Times (mica bruscolini) ha dedicato un ritratto a Owens, con un’anteprima dell’album.

Melena Ryzik lo ha seguito durante la sua prima esibizione da solista, ripercorrendo un po’ la sua carriera, artistica e personale, sottolineando come non si sia fatto mancare niente dell’armamentario rock&roll, dalla droga ai benefattori milionari, dalla “sexual experimentation” passando per una setta. Insomma una vita per nulla semplice che si rispecchia anche nelle sue canzoni: “Voglio essere uno che scrive della propria vita, al proprio ritmo e che può decidere di fare un album come questo, quando vuole”. Chiaro?

Lysandre fluttua tra sonorità rock, pop e folk ed è un concept album su un amore reale e finito male:

Nothing like a memory to open up a broken heart/its been years but I look at you now/and you’re torn apart (A brocken heart)

And when I took your hands in mine and I kissed you/I don’t think there was anybody else in the world/When you said I should kiss you forever, I said that I would (Everywhere you were)

‘Cause love is everything that you need/It always comes back to love (Lysandre).

Ma Lysandre, per quanto atteso, non ha convinto appieno la critica. Forse perché ci si aspettava di più. L’album si fa ascoltare tranquillamente, ma in effetti manca quel picco, quella spinta per fargli fare un salto verso qualcosa che sia più della sufficienza.

Pitchfork gli dà 6.5 sottolineandone, inevitabilmente, l’aspetto privato. Per Stereogum “The whole album sounds like the work of a gifted and ambitious songwriter who wants to move closer to the sounds his idols made but who’s ever so slowly drifting away from the things that once made him great”, nonostante ci siano non pochi aspetti interessanti. Più convinti a Paste dove gli danno un 7. Consequences of Sound dà tre stelle su cinque e anche qui si sottolinea la sua bravura ma la sua distanza dal talento dei Girls “It’s not like Owens didn’t have a mission for Lysandre – it’s loosely a concept album, about a French girlfriend he had during Girls’ first tour, so we know there was some kind of focus – but too often, it just doesn’t seem like he was as ambitious with the craft of this one as he was with past efforts, however natural they may have sounded”.

Insomma, un album pieno di cose buone, intimistico e fatto di un buon songwriting che, però, potrebbe esser riassunto nel classico “Il ragazzo s’impegna ma può dare di più” di scolastica memoria. Intanto lo aggiungiamo al tassello che Owens ha cominciato a costruire con i Girls, visto che la strada è quella, ormai segnata. Sta a lui, insomma, non perdersela.

La musica che gira intorno (a me): David Bowie is back

musica blogQuesta settimana stava prendendo varie direzioni, finché martedì nello stupore generale non è uscito, a dieci anni di distanza dall’ultima uscita, un nuovo singolo di David Bowie. Sul come abbia fatto a tenerlo nascosto non ci poniamo domande, e non ce ne poniamo neanche sul fatto che dopo una carriera cominciata negli anni 70 sia riuscito nel gennaio 2013 a cacciare un pezzo così forte. E così il Duca Bianco è tornato prepotentemente negli ascolti.

Chiariamo subito una cosa. Qui si ama Bowie, ma non lo si conosce affatto completamente, anzi (ma sono tanti i pezzi che si cantano a memoria). I buchi sono tantissimi, come tantissimi sono gli album e, di conseguenza, i pezzi non ascoltati. Ma ciò non toglie che ci siano giorni, periodi in cui si debba tornare a lui.

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Ecco quindi una selezione, live, parziale e per niente esaustiva di pezzi suoi (più una bonus track non sua), sparsi, a cominciare però dall’ultimo Where are we now:

Warszawa

Life on Mars

Heroes

Five Years

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