Le cose che ho imparato: i tuoi insegnamenti e la tua eredità.

Ingrid costruzioniQuello che ho imparato in questi ultimi due anni me l’hai insegnato soprattutto tu. Perché non si nasce imparati, ma per imparare bisogna avere un’ottima insegnante e, soprattutto, non nascondersi dietro quelle questioni di genere che spero non ti troverai mai ad affrontare. Le cose che ho imparato sono cose pratiche, ma soprattutto immateriali.

Proprio poco prima di scrivere queste righe ho letto un pezzo che si intitola “Padri che si interessano dei propri figli: è genitorialità non babysiting” e mai titolo descrive meglio quello che penso voglia dire essere padre. Non esiste una definizione dell’essere padri, né un modo univoco per giudicarne la bontà o meno. Però ti dico quello che penso e mi hai insegnato.

Partendo da un presupposto importante, quello per cui io e te abbiamo avuto la fortuna di vivere un anno e mezzo praticamente in simbiosi, ora dopo ora, dal momento in cui ti svegliavi a quello in cui andavi a dormire. Nessun problema di congedo parentale, né per me né per tua madre, niente. Alternandoci, a volte, siamo riusciti sempre a stare il massimo del tempo che potevamo con te. E così mi hai insegnato a prendermi cura di te. Tu e tua madre, ovviamente, perché comunque, nel mondo in cui viviamo noi oggi è ancora la madre quella che deve prendersi cura dei figli. Che lo faccia il padre è un plus, ma la madre non può sbagliare. Ecco, abbiamo cercato di lottare contro questa idea assurda di una paternità a metà. Perché è vero che avevo la fortuna di lavorare a casa, ma credo che non mi sarei mai perdonato l’incapacità di cambiare un pannolino.

Solo una volta io e tua madre siamo arrivati a un compromesso. Lei ti avrebbe tenuto pulito ciò che restava del cordone ombelicale (che io credevo mi avrebbe fatto impressione), io ti avrei tagliato le unghie di mani e piedi, cosa che tua madre aveva paura a fare. Poi, vabbè, è successo che quando sei nata ce lo siamo praticamente scordati. E ci siamo fatti compagnia di notte, ogni tre ore fino al mattino quando ti svegliavi definitivamente, ti si cambiava assieme e abbiamo deciso che gli omogeneizzati no, meglio comprare verdura e legumi freschi, fare attenzione a fare il brodo ogni giorno, giorno e mezzo e farti le pappe a mano. E io che sono una schiappa e non avrei saputo fare un sugo per me, credimi, ho imparato a fare quelle pappe in maniera decente. E tu sei stata così brava da evitare di sputarmele in faccia. Abbiamo trovato un compromesso, nel gusto. Sei stata brava e furba: non hai scelto tra mamma e papà per la tua prima parola, ma hai detto “miao”, poi hai accennato un “pa-pa”, ma tra quelle due la prima parola cosciente che hai detto è stata “mamma”, lasciandomi illudere, però, che quel “pa-pa” potesse essere un precursore di qualcosa. Ma ti avremmo perdonato qualisasi cosa. Ecco, forse non facevo la lavatrice (ma ho imparato a farla, in qualche modo). Quella la faceva mamma, un po’ perché io davo colpevolmente per scontato che la facesse lei, un po’ perché vi divertivate a mettere i panni in lavatrice e io guardavo. Però m’è capitato più spesso di quanto potessi immaginare di stirare (ma là facevamo a gara a chi perdeva e arrivava ultimo).

Mi hai insegnato a non distrarmi. Cioè mi hai insegnato a non distrarmi con te. Non so se ci sono riuscito, ma credimi, la distrazione è parte integrante di me e forse era la cosa che prima che nascessi mi faceva più paura, e che popolava i miei incubi. Io mi distraggo, spesso. Mi distraggo quando, presentandosi, la gente mi dice il proprio nome e i 5 minuti successivi è un continuo inseguimento a ricordarlo; mi distraggo quando non mi segno la lista delle cose da comprare e capita sempre di dover riscendere. Ma con te non è successo. Mai.

Mi hai insegnato a mollare tutto e giocare, io, così ligio al dovere e al lavoro. Ma quando mi prendi per mano mi fai squagliare. Mi hai insegnato ad avere a che fare con una piccola donna e a fare i conti con la responsabilità totale di un’altra persona. Ma tu lo sai e così fai di tutto per sgravarmi di quel peso. Pochissimi lamenti, pochissime lacrime, quasi autosufficiente, con quel tuo piccolo e stupendo vocabolario fatto di onomatopee di animali e suoni assonanti come quel “piàpia” per “acqua”, o quel “boh” con la testa affossata nelle spalle, dopo che hai dato un finto schiaffetto: “Chi è stato?”, “Boooooh!”.

Mi hai insegnato ad aspettarti e a resistere, soprattutto in questi ultimi, difficili, mesi. Mi hai dimostrato che il ricordo e l’amore non hanno bisogno sempre e per forza della quotidianità, ma quello, credo, me lo hai insegnato per addolcire la pillola e te ne ringrazio. Mi hai insegnato che a modo proprio si può essere forti anche a un anno e mezzo e comprendere i cambiamenti più drastici. Più di quanto possano e abbiano compreso tanti adulti.

Poi, certo, si sbaglia, e di sbagli ne abbiamo fatti e ne faremo. Un paio di giorni fa sei stata male (siamo tutti influenzati, io, te, tua madre e anche una delle tue nonne), ma tu avevi dolore al pancino. Io non sono venuto. Ecco, questo è stato un errore. L’ho fatto perché avevi dormito bene a metà mattinata e avevo saputo che stavi giocando tranquillamente. Poi dopo qualche ora ho saputo che mamma ti aveva portata al pronto soccorso e che, vabbè, non era niente di grave, ma comunque forse se fossi venuto prima, lì in ospedale ci sarei stato anche io. Insomma si sbaglia e si sbaglierà e chissà quante volte penserai che ho sbagliato mentre io sarò pienamente convinto del mio aver agito alla perfezione. Ma sarà bello perdonarsi, no? In fondo non è anche quello parte dei nostri ruoli?

L’anno scorso fu “Forever Young” di Bob Dylan che ti dedicai per il tuo primo anno, ma quest’anno Biolay cade a pennello. Perché non deve valerti sempre come giustificazione, ma spesso alcune cose sono un’eredità per cui non potrai farci molto.

Auguri Ingrid

Se ami le sere di pioggia
bimba mia, bimba mia
le viuzze dell’Italia
e i passi dei passanti
l’eterna litania
delle foglie morte nel vento
che emanano un ultimo grido,
grida figlia mia

Se ami le schiarite
figlia mia, figlia mia
Fai un bagno di mezzanotte
nel grande oceano
se ami la vita cattiva
il tuo riflesso nello stagno
se tu vuoi i tuoi amici
vicino a te, sempre

Se preghi quando arriva la notte
figlia mia, figlia mia
se non porti fiori sulle tombe
ma hai a cuore chi viene a mancare
se hai paura della bomba
e del cielo troppo grande
se parli alla tua ombra
ogni tanto

Se ami la marea bassa
figlia mia, figlia mia
il sole sulla terrazza
e la luna sotto il vento
se si perdono spesso le tue tracce
quando arriva la primavera
se la vita ti oltrepassa
vai figlia mia

Non è colpa tua
è la tua eredità
e sarà ancora peggio
quando avrai la mia età
Non è colpa tua
è la tua carne, è il tuo sangue
Bisogna accontentarsi,
o, anche no

Se dimentichi i nomi
gli indirizzi e le età
ma quasi mai il suono
di una voce, un volto
se ami ciò che è buono
se vedi dei miraggi
se preferisci Parigi
quando arriva l’uragano

Se ami i gusti amari
e gli inverni tutti bianchi
se ami gli ultimi bicchieri
e i misteri inquietanti
se ami sentire la terra
e zampillare il vulcano
se hai paura del vuoto
vuoto, figlia mia

[RIT]

Se ami partire prima
figlia mia, figlia mia
prima che l’altro si svegli
prima che ti lasci in sospeso
se hai paura del sonno
e del passare del tempo
se ami l’autunno vermiglio
meraviglia, rosso sangue

Se hai paura della folla
ma sopporti le persone
se le tue idee crollano
la sera dei tuoi vent’anni
e se niente si svolge
secondo i tuoi piani
se non sei che una pietra che rotola
rotola, figlia mia

[RIT]

Figlia mia

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5 thoughts on “Le cose che ho imparato: i tuoi insegnamenti e la tua eredità.

  1. Un commento da tuo editor (sai bene quanto ti spingo a scrivere delle cose urgenti): buoni i dettagli e le note sulla “distrazione” e la questone del “pa-pa” precursore di mamma. Lavoraci sopra. Per il resto è un’insopportabile e melensa sbobba che ti perdono solo perché hai il cerchione della macchina scassato… “righi” sarà pur possibile in questa nostra lingua ma è terribile. Per il resto, la canzone francese, basta, te ne prego, ci hai ucciso la salute. Sii più cattivo. Hai qualità per esserlo. La paternità dolce va bene per la vita, non per la letteratura. E poi la dolcezza perde forza, se non è mischiata al veleno. E sono sicuro che quando la pupa crescerà apprezzerà nel leggerti più cattivo. Poi tu mi dirai che non volevi fare letteratura e allora io ti dirò perché allora scrivi un biglietto privato e lo pubblichi su un blog e allora tu dirai che… insomma, ne riparliamo stasera, tuo,
    m.

    • Grazie editor, grazie. Sono consigli che terrò stretti. Cattiveria, quindi. cattiveria. Ok, ok, scrivero righe, lo aggiusto subito e la prossima volta te lo farò leggere prima. Come si fa con gli editor, cacchio 😉 E comunque non è letteratura, infatti, ahahaha ma ne parliamo stasera, sì 🙂

  2. Salve, sono la figlia di Biolay, il cantante che sta qua sopra, quello che bisbiglia dolente nel microfono, tutto vestito di nero, con la telecamera che gli gira intorno per tutto il tempo manco fosse il dialogo dei rapinatori a tavola che apre “Le iene” di Tarantino. Volevo dire a Ingrid che mio padre, il francese, è un gran cazzone, e spero che suo papà non diventi mai come il mio, che scrive cose come “l’eterna litania delle foglie morte nel vento che emanano un ultimo grido”. Solo un cazzone patentato come mio padre può scrivere un verso così, che non significa nulla ma che fa molto lirico e pensoso, fa molto parigino e ti fa guadagnare preziosi punti-figa, ma non significa nulla, e io mi sono molto stancata di leggere le cose che non significano nulla e che fanno solo guadagnare preziosi punti-figa a mio padre.E poi, avete visto che taglio di capelli ha, mio padre? Vi fidereste mai della canzone di uno che ha dei capelli così?

    Grazie per l’ospitalità, e buon compleanno, Ingrid. Ora devo andare, c’è mio padre di là che compone, fa da due ore i soliti tre accordi e cerca una rima con “imperfezione”, ma non gli viene. Però ci sono “mulo” e “rinculo” che rimano alla grande con il “Vaffanculo” che sto per lanciargli! Alla prossima canzone struggente di papà, un bacio. Piera (anzi, Pierà, sono una bimba francese)

  3. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  4. Pingback: Tre anni di ponti da sconfiggere | Cose sparse

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