Sai che sei stato flickrizzato?

scatto copia

Un paio di giorni fa mi hanno fotografato per strada. Era un ragazzo con una macchina professionale (o almeno mi pareva tale), piegato leggermente sulle gambe e non italiano. Lo ricordo benissimo perché mi aveva un po’ infastidito. Perché aveva fotografato proprio me? Che voleva? Insomma, una serie di domande che finirono con un: “Vabbè, ma figurati, è un turista con la passione per la foto che stava fotografando via Roma e ci siete capitati in mezzo”.

Intermezzo: sono ossessionato da anni dal fatto che in giro per il mondo ci possano essere foto in cui sono capitato per sbaglio. Immagino innamorati giapponesi che sorridono con la mia faccia sullo sfondo, vecchietti americani a cui distruggo la foto col naso di profilo e cose così. Quando una volta mi venne in mente di scriverne – ero piccolo e per un secondo pensai di scrivere qualcosa di lungo – era questo l’argomento che avevo scelto. Fine intermezzo.

Oggi mi scrive un amico: “Sai che sei stato flickrizzato? LINK”. Ed era esattamente la foto che mi avevano fatto. E dalla foto si vede esattamente il mio viso infastidito. In calce alla foto leggo commenti che interpretano cose e mi rendo conto che per rispondere devo essere registrato. E che per registrarmi devo avere una mail Yahoo. E io mi scoccio di fare tutti questi passaggi e così resto solo con una strana sensazione di fastidio, benché alla fine questa persona non ha fatto nulla di male. È una bella foto, inclusa in un album con un bel nome, in mezzo ad altre belle foto. È stato bello il momento, l’idea che si è fermato per cogliere un momento, il momento esatto in cui lo guardo infastidito. Però, boh, ci penso e resta il fatto che non riesco a levarmi di dosso quel fastidio.

Baciando i tuoi 4 anni

masha

L’altro giorno ti ho dato la mano mentre eravamo in auto e guidavo. L’ho staccata, ho cambiato marcia e me l’hai richiesta. Provo a cogliere i piccoli gesti ora che sei ancora piccola e ti distrai, e pure una telefonata è una brusca interruzione al flusso della tua quotidianità che si è ormai cristallizata tra assenze che non dovrebbero essere tali e presenze che non sono più nuove. Quando siamo soli è diventata quasi una costante, stare mano nella mano mentre parliamo, spiarti dallo specchietto retrovisore, provare a farmi raccontare quante più cose possibili, rompendo il silenzio settimanale, la tua antipatia per il telefono e cercando di entrare, ogni volta, nel tuo mondo che è mio solo in parte.

E va tutto bene, comunque, e tu cresci e 4 anni cominciano a farsi sentire, su di me più che su di te, che stai mettendo a posto le parole, la sintassi ma i concetti li hai ben stampati in testa. “Comunque è piccola, bellissima e dolcissima…” è una delle prime cosa che scrissi dopo la tua nascita, era il 27 gennaio del 2011 e io riuscivo a tenerti interamente su un avambraccio. Resti bellissima e dolcissima, anche piccola, per la verità, anche se mi riprendi quando te lo dico: “Non sono piccola, sono Ingrid, tua figlia”, mi hai detto l’altra mattina appena sveglia. Per te questi 4 anni non sono pochi, me lo ripeti spesso piegando il pollice, tendendo le altre quattro dita per mostrarmeli e spingendo il piede in avanti per dimostrare che stai crescendo. “Guarda i piedi come sono grandi”.

Rubi rossetti, smalti e ombretti ed è divertente lasciarti fare e vedere l’effetto che fa. È una delle costanti, uno di quei piccoli rituali che si reiterano ogni volta che ci vediamo, e mi fanno sentire un po’ più vicino a te. È come quando arriva l’ora di andare a dormire ed è impossibile provare ad andare nella stanza da letto senza i libri. E ogni volta è la stessa storia: due dico io, tre dici tu. E così ci ritagliamo questi 15 minuti in cui io leggo ad alta voce e tu ascolti, ripeti le parti che ricordi e ti piacciono di più, guardi le immagini e mi chiedi: “I pinguini sono al Polo Sud?”. Sì, sono al Polo Sud.

E ci si tiene legati con questo filo fatto di piccoli gesti, fingendo di abituarcisi, ma non ci si abitua mai al vuoto. È una piccola bugia che ci diciamo per andare avanti, per prendere fiato. Respirare.

E si respira vedendoti, abbracciandoti forte, baciandoti, sgridandoti, lottando coi tuoi capelli, rincorrendoti quando ti devo lavare e per te è un gioco, guardando i cartoni sotto le coperte e avendoti sotto agli occhi. Si respira baciando i tuoi 4 anni.