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Appassionato di giornalismo, musica, letteratura. Napoletano e padre

Tieni duro, teniamo duro

 

C’è una canzone del nuovo album dei Sophia che si chiama “Baby, Hold On”, “Bambina, resisti”, anche se a resistere sono in due. C’è anche il padre, che canta “Spero semplicemente che tu sappia quanto vorrei stare là con te, racconta dei viaggi fatti assieme in Italia e si rammarica perché “sperare non è essere là”, “Desiderare non è essere là”. Questo è stato un anno di musica, quello in cui abbiamo perso un po’ di tempo a cantare vecchie canzoni dello Zecchino d’oro, quelle poche volte in cui usiamo il cellulare o il tablet di zia, ma anche un anno in cui ogni tanto ci proviamo a ballare per casa le tue canzoni, “Sofia” e “Roma Bangkok” o “Non finirà”. È stato l’anno del tuo primo saggio di danza, con le prime coreografie instabili ma bellissime sulle note di “All, I Want For Christmas Is You”, la canzone che risuonava in continuazione quando ti accompagnavo a fare le prove.

Ma è stato anche l’anno, forse l’ennesimo, a pensarci bene, di “fafaffafafaffafà”, ovvero la nostra canzone, quella mia e tua, quella che entrambi sappiamo essere la nostra, quella “Psychokiller” che ci accompagna ogni tanto, che mettiamo su dal vinile rosso. È stato un altro anno in cui abbiamo dovuto resistere, in cui quando ti chiedo se mi vuoi bene, in realtà ti sto chiedendo perdono, di perdonarmi, per non essere riuscito, ancora una volta, a stare con te tutti i giorni. Pèrdono per tutto il tempo che abbiamo perso e non recupereremo mai, a cui cerchiamo di supplire quando ci vediamo, cercando di fare cose assieme, cercando di rubarti abbracci e baci, giocando a “sei l’amore di papà” ripetuto cento volte per farti ridere e dirti “basta, me l’hai detto già 20 volte”. Pèrdono perché il senso di colpa non andrà mai via, e non si scioglie nelle lacrime versate mentre dormi serena o mentre giochi o mentre sei felice, di una felicità che mi è concessa a rate.

Tieni duro. Teniamo duro.

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5 anni da signorina

Ho ancora i brillantini sul viso e sulla barba che non deve imbiancarsi. Sono quelli che hai avuto regalati alla befana e che da due settimana ormai diffondi per casa, spargendoli ovunque e facendo impazzire la nonna, che ridendo ti permette tutto, e che solo quando hai finito pulisce.

Ormai sono 5 anni che siamo assieme , sono tantissimi. Oggi l’ho ricordato a un amico e si è stupito, perché come sempre accade noi grandi non ci rendiamo conto di come il tempo fugge. Questo correre ci torna alla mente durante i compleanni o quando ci torna ala mente di quando gli anziani – o quelli che ritenevamo tali quando eravamo piccoli – ci dicevano: ‘Ma quanto è cresciuto!’. Crescevamo sempre, come te, adesso, che al telefono ridevi mentre preparavi due torte, mangiando la crema e sottolineando – con la tua vocina che non ama il telefono – ‘quanta fatica ci vuole, papi’.

Cresci bellissima, coi tuoi capelli lunghi che non vuoi che ti si tocchino: quei capelli che amo e che sono uno dei momenti che ricorderò con maggiore groppo in gola quando sarai grande e forse te li sarai tagliati tutti. Per ora mi tengo stretti i momenti in cui te li lavo, un rito che è tutto nostro e che non permettiamo che qualcuno ci tolga. Tu vuoi che te li lavi, te li asciughi e te li pettini io e io non vedo l’ora che succeda. Laviamo i tuoi e quello delle bambole con cui ti lavi, con shampoo e balsamo e quella crema magica che magica non è sempre, per sciogliere i nodi e ‘Papi mi fai male, uffa!’ mentre continui, a tua volta, a frizionare quelli della bambola nuda. E le pettinature con cui cerco di domarli: coda alta, coda bassa, coda laterale, mezza coda, codini quasi mai, la treccia rarissimamente e a volte sciolti, quando ti prende il momento vanità, quello che ti proietta signorina, che fa esclamare: ‘Come si vede che è femminuccia!’.

Una femminuccia che è sempre la mia piccola, come dimostri quando una sgridata ti fa abbassare un po’ lo sguardo e tremare il labbro inferiore. Come quando l’altro giorno dopo una marachella (hai mangiato uno yogurt poco dopo la colazione, quando io ti avevo detto di no, anche perché avremmo preso un succo da lì a poco e tu hai chiesto alla nonna che, ignara del mio no, te l’ha concesso) hai mollato tutto, chiamato la nonna e fatto scrivere ‘Papi ti voglio bene’ con i colori a glitter, prima di firmarlo e portarmelo, venire in braccio dirmi che mi vuoi bene e riempendomi di bacetti. Perché hai già capito tutto, appunto.

Prendermi cura di te è la cosa più bella che poteva capitarmi. Patatina.

Quest’anno è una ninna nanna, quella che preferisci, in francese. La melodia è questa, anche se le parole, come sai, sono un po’ diverse.

Sai che sei stato flickrizzato?

scatto copia

Un paio di giorni fa mi hanno fotografato per strada. Era un ragazzo con una macchina professionale (o almeno mi pareva tale), piegato leggermente sulle gambe e non italiano. Lo ricordo benissimo perché mi aveva un po’ infastidito. Perché aveva fotografato proprio me? Che voleva? Insomma, una serie di domande che finirono con un: “Vabbè, ma figurati, è un turista con la passione per la foto che stava fotografando via Roma e ci siete capitati in mezzo”.

Intermezzo: sono ossessionato da anni dal fatto che in giro per il mondo ci possano essere foto in cui sono capitato per sbaglio. Immagino innamorati giapponesi che sorridono con la mia faccia sullo sfondo, vecchietti americani a cui distruggo la foto col naso di profilo e cose così. Quando una volta mi venne in mente di scriverne – ero piccolo e per un secondo pensai di scrivere qualcosa di lungo – era questo l’argomento che avevo scelto. Fine intermezzo.

Oggi mi scrive un amico: “Sai che sei stato flickrizzato? LINK”. Ed era esattamente la foto che mi avevano fatto. E dalla foto si vede esattamente il mio viso infastidito. In calce alla foto leggo commenti che interpretano cose e mi rendo conto che per rispondere devo essere registrato. E che per registrarmi devo avere una mail Yahoo. E io mi scoccio di fare tutti questi passaggi e così resto solo con una strana sensazione di fastidio, benché alla fine questa persona non ha fatto nulla di male. È una bella foto, inclusa in un album con un bel nome, in mezzo ad altre belle foto. È stato bello il momento, l’idea che si è fermato per cogliere un momento, il momento esatto in cui lo guardo infastidito. Però, boh, ci penso e resta il fatto che non riesco a levarmi di dosso quel fastidio.

Baciando i tuoi 4 anni

masha

L’altro giorno ti ho dato la mano mentre eravamo in auto e guidavo. L’ho staccata, ho cambiato marcia e me l’hai richiesta. Provo a cogliere i piccoli gesti ora che sei ancora piccola e ti distrai, e pure una telefonata è una brusca interruzione al flusso della tua quotidianità che si è ormai cristallizata tra assenze che non dovrebbero essere tali e presenze che non sono più nuove. Quando siamo soli è diventata quasi una costante, stare mano nella mano mentre parliamo, spiarti dallo specchietto retrovisore, provare a farmi raccontare quante più cose possibili, rompendo il silenzio settimanale, la tua antipatia per il telefono e cercando di entrare, ogni volta, nel tuo mondo che è mio solo in parte.

E va tutto bene, comunque, e tu cresci e 4 anni cominciano a farsi sentire, su di me più che su di te, che stai mettendo a posto le parole, la sintassi ma i concetti li hai ben stampati in testa. “Comunque è piccola, bellissima e dolcissima…” è una delle prime cosa che scrissi dopo la tua nascita, era il 27 gennaio del 2011 e io riuscivo a tenerti interamente su un avambraccio. Resti bellissima e dolcissima, anche piccola, per la verità, anche se mi riprendi quando te lo dico: “Non sono piccola, sono Ingrid, tua figlia”, mi hai detto l’altra mattina appena sveglia. Per te questi 4 anni non sono pochi, me lo ripeti spesso piegando il pollice, tendendo le altre quattro dita per mostrarmeli e spingendo il piede in avanti per dimostrare che stai crescendo. “Guarda i piedi come sono grandi”.

Rubi rossetti, smalti e ombretti ed è divertente lasciarti fare e vedere l’effetto che fa. È una delle costanti, uno di quei piccoli rituali che si reiterano ogni volta che ci vediamo, e mi fanno sentire un po’ più vicino a te. È come quando arriva l’ora di andare a dormire ed è impossibile provare ad andare nella stanza da letto senza i libri. E ogni volta è la stessa storia: due dico io, tre dici tu. E così ci ritagliamo questi 15 minuti in cui io leggo ad alta voce e tu ascolti, ripeti le parti che ricordi e ti piacciono di più, guardi le immagini e mi chiedi: “I pinguini sono al Polo Sud?”. Sì, sono al Polo Sud.

E ci si tiene legati con questo filo fatto di piccoli gesti, fingendo di abituarcisi, ma non ci si abitua mai al vuoto. È una piccola bugia che ci diciamo per andare avanti, per prendere fiato. Respirare.

E si respira vedendoti, abbracciandoti forte, baciandoti, sgridandoti, lottando coi tuoi capelli, rincorrendoti quando ti devo lavare e per te è un gioco, guardando i cartoni sotto le coperte e avendoti sotto agli occhi. Si respira baciando i tuoi 4 anni.

Padri uguali al resto… e va bene così

carrello centro commerciale wpOggi sono stato al centro commerciale con mia figlia (e i nonni). Succede tre/quattro volte l’anno, più o meno. L’ho fotografata mentre si divertiva nel carrello a forma di macchinina e sulle giostre, come decine di altri padri. L’ho inseguita tra i negozi e mi sono fatto inseguire nei vari camerini, come decine di altri padri. Le ho detto no ai dolci, come decine di altri padri. Le dicevo cose sceme, facendo facce sceme, come decine di altri padri. Le facevo i complimenti per le scarpe nuove che fanno le luci quando cammina, come decine di altri padri.
Insomma “noi non siamo diversi dal resto”. E a volte va bene così.

Tre anni di ponti da combattere con spade di gommapiuma

lavagna nennaAdesso comunichiamo. Con un linguaggio che si insegue continuamente e con le mie orecchie tese a cogliere le sfumature di parole spesso uguali tra loro. Io che scambiavo “ponte” con “forte”, e “luce” con “dude”, che solo in pochi sappiamo cosa voglia dire e che io ho imparato a capire. E sono già tre anni e sembrano un’infinità e pochissimi. Fermo qui a meravigliarmi per ogni cosa che fai e dici, consapevole che dal di fuori sono le cose che fanno e dicono tutti i bambini della tua età, ma speciali nel loro cadere improvvisamente, facendoti ai miei occhi più grande da un giorno all’altro. Quale età poi? Quella per cui a tre anni mi spieghi che, sì, forse i capelli devi tagliarli, certo, “ma solo le punte”, o quella per cui hai già ben chiaro che quello ti piace e quell’altra cosa no, che c’è un tempo per gli stivali e un altro per le ciabatte; che i fermagli vanno meglio di quegli elastici larghi e colorati che t’ho comprato.

E allora mi tocca inseguirti continuamente, affannando appresso a idiomi che non frequento quotidianamente, a espressioni che a volte fatico a cogliere e che tu, dopo avermi guardata stupita, mi spieghi sorridendo, sommando parole a gesti finché non m’è tutto chiaro. E rallegrandomi, certo, per quelle cose che sono solo nostre, per quei ponti che combattiamo con spade di gommapiuma e pistole ad acqua immaginarie, per quei treni di cubi di legno che mi insegni quotidianamente a costruire, quei gessetti che mi spieghi come tenere in mano e quei colori da abbinare.

Prenderti per mano e provare a spiegarti un mondo di cui ancora cerchiamo le chiavi e un po’ farselo spiegare, mentre mi aggrappo a piccoli chiodi, cercando di imparare le cose basilari, quelle che ci hanno accompagnato da sempre: cambia il pannolino (ormai una rarità), lavala, fai la pappa, scegli i vestiti, falle i codini, faglieli meglio, non farle male (“Papi!”, “Ok, hai ragione, scusa”). Imparare di corsa, cercando di non restare mai indietro e non riuscendoci mai completamente. E hai già tre anni, splendidi, e io invece la speranza che comunque tutto ti sia lieve, che coi tuoi tre anni capisca, come in qualche modo t’è già capitato di capire.

E sono qui dopo un anno a rendermi conto che sei tu che continui a insegnarmi cose e io a lasciare che succeda, cercando di darti indietro quello che posso, guardandoti crescere e avere spesso più pazienza di quella che ho io e cercando di difenderti dagli scossoni che anche quest’anno ci sono stati, respirando profondamente, trattenendolo a volte il fiato, e sciogliendomi nei tuoi occhi che sorridono quando corri ad abbracciarmi.

Aggrapparsi alla certezza di un amore infinito, di un treno da costruire e trasformare in torre, di ponti da combattere e sconfiggere, bambole da sfamare e cullare, tè preparato con le tue mani da prendere in teiere e tazzine di plastica, lavagne da riempire di colori, denti da lavare, abbracci da scambiarsi e tende in cui rifugiarsi, in due, là dove tutti possono vederci ma da cui nessuno può tirarci fuori o sfiorarci.

E anche quest’anno si chiude con una canzone, dopo quelle di Dylan e Biolay. Un pezzo con cui era cominciato il 2013, un gruppo che chissà dove sarà quando tu sarai grande (e chissà che musica ascolterai).

Non sono un principe e tu lo imparerai
sono il sergente che al fronte ti aiuterà a
gettarti a terra prima delle bombe
ad evitare mine sul sentiero
ad aspettarti che il peggio ti aspetti davvero

non sono un capitano
io non ho i gradi del tenente
del generale mi manca la mente
sono il sergente sgraziato
la barba incolta e pungente
sono tuo padre che un giorno
non conta più niente

tu segui il plotone, il mio commilitone
carota e bastone, comando l’uscita
e posso soltanto pregare la sera
tu faccia ritorno

ti immaginavo domani sull’uscio di casa mia
ti immaginavo domani o quel giorno che sia
mio fante di spade, mia donna di cuori
mia copia vestita, mia figlia infinita
mio fante di spade, mia donna di cuori
mia copia vestita, mia figlia

tu segui il plotone, il mio commilitone
carota e bastone, comando l’uscita
e posso soltanto sperare la sera
tu faccia ritorno ancora in vita (via)

Il mio 2013 in qualche battuta (no, non in quel senso)

2013

  • Ho passato il terzo anno con la donna della mia vita.
  • La donna della mia vita ha cominciato a chiamarmi “papi”.
  • Ho scoperto di non essere l’unico uomo della sua vita.
  • Sono riuscito a rivedere Parigi, anche se per un addio. Ci sono stati troppi addii in quest’ultimo anno e mezzo.
  • Mi manca enormemente Parigi.
  • Ho lasciato un pezzo di cuore ad Agoravox. Il resto, assieme a sudore e soddisfazioni, l’ho traslocato a Fanpage.
  • Lì ho ritrovato un vero amico. Un altro m’ha raggiunto. E altri se ne sono aggiunti. Con quelli rimasti a Parigi ci parlo solo un po’ meno su Skype.
  • Forse il mio francese precario è peggiorato. Sì, era possibile.
  • Ho fatto soffrire pur volendo un bene enorme.
  • Ho sofferto, ma forse manco lo sa e non ne ha colpe.
  • Ho sofferto e lo sa bene perché gliel’ho detto. Ma non ha capito.
  • No, non ho fatto pazzie.
  • Ho riso molto di domenica sera (e non c’entra il calcio).
  • “Sembri un bravo ragazzo” continua a essere la frase che sento maggiormente. Se “sembri un bravo ragazzo”, però, quando sbagli è un casino enorme.
  • I The National sono il gruppo che ho ascoltato di più. Senza dubbio.
  • Ho ascoltato album di cantanti che voi umani…
  • Ho ascoltato tantissima musica. Molta l’ho dimenticata.
  • Sono tornato a masterizzare cd da ascoltare in auto. Il posto migliore, oggi, dove ascoltare musica.
  • Ho intervistato un mito del jazz mondiale, uno di quelli che i miei amici: “Eh? Chi? Archie che?”.
  • Sono ancora in fase rincorsa, ma tornerò ai livelli di lettura di qualche anno fa.
  • Ho cercato storie d’amore, ma sono impazzito per una di sport e formazione.
  • Grazie a un po’ di amici ho tutti i numeri originali (comprese le copertine) del New Yorker 2013 e qualche storia da leggere anche nel 2014.
  • Ho visto troppi pochi film.
  • Ho visto troppe poche serie. Nelle conversazioni ero escluso, parlavate solo di Breaking Bad.
  • Mio fratello mi ha scaricato le prime tre serie. Ne ho viste quasi due. Mio fratello, quello con cui mi sono alternato nell’espatrio.
  • Mio fratello, quello con la testa dura che se n’è andato a progetto a Milano e mo, dopo un colloquio e senza aiutini, ha il posto fisso.
  • Ho avuto conferma che amici sono quelli nella cui casa lasci uno spazzolino tuo e hanno una stanza sempre pronta.
  • Ho avuto conferma che amici sono anche quelli che una volta sentivi ogni giorno e ora di meno. Ma stanno là.
  • Ho avuto conferma che amici sono quelli che ti mandano un messaggio Whatsapp con l’immagine dell’ecografia del figlio che aspettano.
  • Ho usato molto poco Whatsapp.
  • Ho avuto conferma che amici sono quelli che vivono in altre città, vedi poco, senti più o meno ma che… cazzo che amici.
  • Con gli amici guardi il Napoli che quest’anno non ha vinto nulla ma noi siamo fiduciosi, ché tanto che ci costa?
  • Continuo a non saper fare regali, benché qualcuno l’abbia azzeccato. Pare.
  • Ho diminuito di tanto l’uso di Facebook, anche se nessuno mi crederà.
  • Non ho mantenuto la promessa di tenere aggiornato il blog.
  • Ho cercato di farlo col Tumblr.
  • Twitter, Tumblr, Facebook, Blog, Instagram. Mi hanno detto di ricominciare a bazzicare G+. Impazzisco.
  • #TeamChiachielli, #Kasta, #HaiDonato, VERGONIA!!1!11!1!1!
  • Poca politica. E non me ne pento.