Pynchon non parteciperà alla premiazione del National Book Award. Mmm, ok… e la novità?

pynchonStasera si assegna il National Book Award, uno dei principali premi per la letteratura americana. A contendersi il titolo, per la fiction saranno Thomas Pynchon con “The Bleeding Edge”, Rachel Kushner con “The Flamethrowers”, Jhumpa Lahiri con “La moglie” (Guanda), James McBride con “The Good Lord Bird” (Riverhead) e George Saunders con “Dieci Dicembre” (minimumfax).

Il New York Times qualche giorno fa ha voluto farci sapere che Thomas Pynchon non avrebbe partecipato alla premiazione. Una non-notizia, in pratica, dal momento in cui sono note le sue riserve (eufemismo) nell’apparire in pubblico. A parte qualche foto rubata in questi ultimi anni, sono 3 quelle che circolano dello scrittore, oltre alla “cartonizzazione” simpsoniana dell’autore di “V.”, che alla serie creata da Matt Groening ha prestato la voce e in parte il viso (autoironicamente coperto da un cartone).

Pynchon-simpsonsPynchon potrebbe essere uno dei pochi autori ad aggiudicarsi per due volte il Premio, ma se guardassimo al 1974, quando lo vinse per quel capolavoro che è “L’Arcobaleno della Gravità”, capiremo un po’ di più il personaggio. A ritirare il NBA, infatti, fu il professor Irwin Corey il cui discorso fu descritto dal NYT come “…a series of bad jokes and mangled syntax which left some people roaring with laughter and others perplexed”.

Insomma pochi dubbi sul fatto che non potremo vedere lo scrittore su un palco, la curiosità è capire cosa succederà nel caso vincesse. Sicuramente, ci dice sempre il quotidiano americano ci sarà la moglie Melanie Jackson, agente letterario, a presenziare.

Ah, giusto per la cronaca, qui si tifa Pynchon, ovviamente, ma in alternativa anche Saunders non sarebbe affatto male.

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Figli? No, grazie, siamo precari

padre figliaHo 31 anni e una delle domande che mi fanno più spesso è: “Hai già un figlio?”.

Mi spiazzava, una volta. Ne avevo 28 e, in generale, mi pareva un’età giusta per potersi permettere la libertà di costruirsi una famiglia che comprendesse anche un bambino. Anzi, col senno di poi ho più volte pensato che qualche anno prima sarebbe stato anche meglio.

Ma il problema che mi ponevo (ci ponevamo) era lo stesso che mi pone chi mi fa quella domanda: “Vorrei anche io, ma senza stabilità, come si fa? Come manteniamo qualcuno se a stento manteniamo noi?”. E allora uno risponde che se aspettiamo una qual sorta di stabilità siamo una generazione destinata a non avere figli. Perché i figli, coi contratti a progetto, con le partite Iva, con le casse integrazioni, coi call center, come li fai? La risposta che do di solito, quindi, mi porta poi a mordermi la lingua, perché ognuno sa quali sono le proprie possibilità, i propri mezzi e anche la propria vera voglia.

Io l’ho fatto perché lo volevo, perché pur non avendo un indeterminato (cosa?) avevo una certa stabilità che mi aveva permesso di pensarci (stabilità che oggi, ancora di più, mi permette di pormi qualche problema in meno). Cercando di fare i conti senza dover pesare sulla famiglia, ché poi alla fine comunque una mano te la dà sempre, perché “Oh, noi siamo i nonni, fatti i fatti tuoi”.

Ma il problema è che l’obiezione è reale. Siamo una generazione che per gran parte è senza prospettive, né di lavoro, né di famiglia, né di realizzazione alcuna. Una di quelle cose che pare un luogo comune finché non ti guardi attorno e vedi Sergio che fa i salti mortali per pagare il mutuo (ed è il tuo unico amico che s’è arrischiato nell’avventura), perché spesso l’azienda non gli paga mesi interi del suo part time. E fa altro, certo, è bravissimo a fare altro, ma è super precario. Poi c’è Marco, che dovreste conoscere: è intelligente, simpatico, ma soprattutto in gamba. Ha sempre avuto un lavoro a progetto, poi il progetto è finito. E c’è Marta, filosofa, che lavorava nel campo della comunicazione a Milano, poi ha deciso di scendere a Napoli e ora lotta strenuamente alla ricerca di un lavoro e Bianca che dopo anni di ottimo lavoro in un giornale si ritrova cassaintegrata e incasinata. E potrei continuare guardandomi attorno. C’è Elisabetta che un lavoro ce l’ha ma è precario e la maternità non è un lusso che può permettersi. Sono tutte persone reali (con nomi inventati), in carne ed ossa. Ma è banale anche dirlo.

Perché non c’è bisogno di leggere le statistiche sulla disoccupazione, sui figli che diminuiscono da qualche anno a questa parte (e se non ci fossero gli stranieri sarebbe una catastrofe), sui problemi delle nuove forme di lavoro. Sostituisco all’inchiostro la carne.

Lottiamo contro una precarietà che è economica e diventerà affettiva (ché a lungo andare non è facile) in un cerchio che non fa fatica a chiudersi.

E allora penso che sono stato fortunato, di una fortuna che mi sono cercato, certo. Ora ringrazio ogni santo giorno il fatto di potermi godere mia figlia. Ma poi alzo la testa, mi guardo attorno e m’incazzo. E non posso farci niente.

E manco voi, lo so.

I rivoluzionari del “like” spiegati a mia figlia

like fbQuando un giorno dovrò spiegare a mia figlia cosa è successo in questi giorni (forse settimane, mesi e anni) sono tante le cose che dovrò crecare di non perdermi. Dovrò spiegarle il significato di “governo tecnico”, quindi non votato, ma anche farle capire perché dopo Monti ci tocca un governo minestrone fatto da assurdi accordi post elettorali tra partiti che fino al giorno prima se le davano di ogni ragione (a parole). Spiegarle perché non si è riusciti a eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, dovendo, per la prima volta nella storia, assegnare un secondo mandato – andando contro una prassi consolidata – e affidando quel posto a chi a fine mandato avrà 95 anni. Poi arriverà la cosa più complessa, ovvero spiegare Berlusconi e il perché in Italia la sinistra perde anche quando vince.

Ma da spiegarle ci sarà anche il concetto di “indifferenza” e “violenza”. L’indifferenza (che metaforicamente è anche violenza) di una parte di Stato, ad esempio, lontano da una buona fetta di popolazione che soffre per una crisi economica della quale non si vede uscita. E la violenza, soprattutto verbale, almeno fino a ieri, che ne è, in parte, conseguenza (e che a mio parere non è giustificata).

Assieme a questi macro argomenti, però, dovrò spiegarle che anche le sfumature sono importanti. I dettagli, i contorni, quelle cose che non sono il cuore del problema, ma risultati, precipitati di fatti spiacevoli. Ed è per questo che dovrò arrivare a spiegarle cos’è la “nostalgia degli anni (di piombo) che furono” nell’epoca dei social network.

La facilità con cui amiamo provare solidarietà per gesti folli, infatti, non smette mai di sorprendermi, pure ora che è pratica comune. Se “slacktivism” è il termine per descrivere l’attivismo del click (“salviamo il mondo firmando una petizione”), non so se esista un termine esatto per descrivere quell’atteggiamento per cui ci ritroviamo a essere dei rivoluzionari scrivendo un post duro/solidale/arrabbiato/di protesta.

Ma dovrò trovare le parole per farglielo capire.

Anche ieri, infatti, giornata di sparatoria fuori al Quirinale Palazzo Chigi, questo atteggiamento diffuso ha invaso la mia pagina facebook (è chiaro che questa non faccia statistica, se non per me e il mio piccolo mondo). “Solidarietà a Preiti” leggevo. Assieme a quella indulgenza che porta a minimizzare il gesto (che ha portato due carabinieri in ospedale) in ragione di quella superiore ragione sociale del “Ci muoriamo di fame, quindi bisogna fare qualcosa”, per cui quel “qualcosa” è (anche) sparare. Perché c’è chi crede che sparando potremmo risolvere tutto. Sparo e risolvo, sparo e risolvo, sparo e risolvo. Quando lei mi chiederà perché la violenza dovrebbe salvarci oggi, dopo che anni e anni di piombo non ci hanno evitato lo schifo politico-economico in cui affondiamo oggi, dovrò trovare le parole giuste. Dovrò fare molta attenzione. Se sparare fosse servito a qualcosa, infatti, vista la nostra storia, oggi dovremmo vivere nel migliore dei mondi. Ma così non è, appunto, sperando che sarà migliore quando lei sarà più grande.

Dovrò provare a farle capire che per qualcuno l’idea di sparare, del gesto violento (gesto che però deve compiere sempre l’altro, sia chiaro) è più semplice dell’impegno in prima persona. Insomma, piuttosto che provare a cambiare le cose facendo qualcosa, si preferisce aspettare che qualcun altro si muova per noi. Però quel qualcuno avrà i nostri like e i nostri post di solidarietà assicurati.

Perché, le dirò, adoriamo guardare il gesto degli altri, immedesimarci in un ruolo che non abbiamo il coraggio (per fortuna) di imitare. Amiamo vedere i greci in piazza, godiamo nel condividere post indignati senza interessarci se siano veri o meno, sbattere in faccia ai nostri amici digitali numeri falsi e/o parziali, debiti non pagati da nazioni nordiche che però sono stati pagati. Le dirò che amiamo indignarci di un’indignazione da supermercato, dozzinale, quando l’indignazione dovrebbe essere un bene prezioso, da usare e maneggiare con cautela.

Le dirò di farlo, sperando che non abbia mai bisogno di usarla.

Colle: quello che il PD è riuscito (anche questa volta) a fare

pd vuotoNella vita bisogna riuscire ad essere coerenti. E il Pd in questo non può essere accusato di nulla. Diviso ormai da tempo immemore, in perenne equilibrio precario, “non vincente” alle elezioni che “ormai hanno già vinto”. Insomma, quando sembra che sia là là per vincere arriva un Grillo (un Monti, un Berlusconi) a sparigliare e fare emergere le insanabili spaccature interne.

Il balletto sui nomi da candidare al Colle ne è solo l’ultimo esempio. I nomi usciti, compreso quello di D’Alema, hanno fatto saltare sulla sedia non pochi elettori e esponenti del partito che chiedevano, come per i presidenti di Camera e Senato, un nome nuovo, o comunque fuori dalle logiche del partito. Uno di quei nomi, però, è stato fatto da Grillo ed è Stefano Rodotà. Non so se il Pd abbia mai preso in considerazione l’idea, in caso positivo, però, immagino che la riflessione sia stata: andiamo appresso a Grillo, legittimandolo su un argomento fondamentale come quello del prossimo Presidente della Repubblica, o proponiamo noi il nome in accordo con il Pdl? Ovviamente, nonostante le tante inutili parole delle settimane scorse di Bersani (che rifiutava a senza se e senza ma l’accordo con Berlusconi), l’accordo è stato trovato sul nome di Franco Marini. Nome d’apparato che ha spaccato lo stesso PD (tanto per cambiare) e con questo nome si è andati stamattina in Parlamento.

Non so cosa succederà, e ultimamente è un problema che non mi pongo in maniera urgente come succedeva prima, ma quello che so è che anche questa volta il PD è riuscito a:

  • Bruciare un candidato autorevole
  • Far circolare il nome D’Alema al Colle
  • Proporre l’ex Cisl Marini al Colle
  • Fare un accordo con Berlusconi (dopo aver detto che non se ne parlava proprio) √
  • Spaccare il partito
  • Compattare la base (nella direzione sbagliata)
  • Farsi mandare a quel paese dalla base (base?) √
  • Rafforzare l’idea del partito del #gnegne
  • Farsi trollare (e far morire dal ridere) da Grillo √

Se ve ne vengono altre aggiungete tranquillamente. Io ho avuto poco tempo per pensare ‘sti 8 punti. Tipo 20 secondi.

Non conoscete il pop dei Numero 6? Molto male. Ma potete rifarvi: ecco tutti gli album in streaming

numero6-2-5d715Non saprei dire quanto famosi siano i Numero 6. Nel mio di mondo lo sono. In quello di molti miei amici, poco pratichi di “roba” indie, probabilmente no e non sanno cosa si perdono. Presi dalla furia cieca del “vabbè ma li conosci solo tu” (cosa tra l’altro non vera, anzi) e da quella per cui sono belle solo tutte quelle schifezze di plastica pop che passano molte radio, non si rendono conto di quante cose si perdono per restare ancorati a un conservatorismo musicale che li porta a non ascoltare gruppi nuovi o con nomi secondo loro buffi (cosa che almeno non si può imputare a Bitossi & Co).

I Numero 6 sono pop e lo sono in uno dei modi più belli che ci sia. Lo sono nei testi che rifuggono la frase facile ad effetto, quella da Bacio Perugina, ma lo sono anche nel riuscire a volte a rendere non banale quella che rischiava di esserlo. E lo sono al punto da incuriosire un mostro come Bonnie “Prince” Billy che ha collaborato con loro, cantando, in italiano, la bellissima “Da piccolissimi pezzi” nell’ep “Quando arriva la gente si sente meglio“. Loro vanno avanti per la porpria strada e a volte s’incazzano, certo, e recriminano pure, ma senza mai perdere la leggerezza (vedi la bella “Storia precaria” ultimo singolo di “Storia Precaria”). Intanto però a differenza di altri gruppi hanno preso una decisione importante: da sempre, infatti, affiancano all’album fisico in vendita anche il download integrale dei loro album dal sito.

In un’intervista in cui gli chiedevo proprio di questa cosa, Michele “Mezzala” Bitossi, leader del gruppo, mi rispose:

Abbiamo optato per questa strada con una certa naturalezza, pienamente consci di come stanno andando le cose. Di fatto, per una questione meramente anagrafica, siamo tutti legati al disco come oggetto fisico, sia esso vinile che cd, per cui non può che dispiacerci che questi supporti stiano viaggiando velocemente verso un’inevitabile estinzione. Tuttavia questa è la realtà, che va affrontata con consapevolezza e propositività. Noi continueremo finchè sarà possibile uscire con dischi fisici, ma metteremo sempre una versione in download gratuito sul nostro sito, consci del fatto che la gente, di fronte a un lavoro che la soddisfa in pieno, probabilmente non si accontenterà di avere degli mp3 sull’hard disk ma vorrà avere qualcosa di più. In generale a noi va bene che la gente scarichi anche perché il “core business” di progetti come il nostro è e sarà sempre il live.

Insomma, tutta ‘sta manfrina per dirvi: ascoltate i Numero 6, soprattutto dal momento che potete ascoltarne l’intera discografia sul loro SoundCloud. Non avete scuse, insomma (ah e se vi piacciono, ovviamente, compratevelo l’album).

No, i tweet non salveranno né Sanremo, né la musica italiana. Però quanto ci divertiamo!

elii sanremo 2013E così il primo quarto di classifica del festival di Sanremo lo abbiamo scoperto ieri, accompagnato, fino a un certo punto dai “buuu” della platea per i cantanti arrivati ultimi e dagli “evviva” per i primi classificati (come se tra i due atteggiamenti non vi fosse contraddizione). Nonostante la voglia di cambiamento sbandierata ogni anno (e che quest’anno in parte s’è vista) come (quasi) sempre succede a Sanremo i musicisti meno commerciali sono in fondo a tutto (Almamgretta e Marta sui tubi, ma anche Malika Ayane, Gazzè e gli Elio e le Storie Tese) e i prodotti da talent o dalla canzone facile (Mengoni, Modà, Annalisa l’ordine della classifica) sono lassù.

E così su twitter, dove ci siamo divertiti tutta la sera a commentare e dare i voti alle esibizioni, sono cominciati gli strali (compresi quelli del sottoscritto) su quanto faccia schifo questo sistema di voto e questo pubblico che vota il prodotto facile – ché senza dubbio un Mengoni o un Modà sono più “semplici” di un Alma o un Marta sui Tubi, non foss’altro per i testi – e bla bla bla. Lontani da quella teoria per cui più giù stanno quelli “underground” meglio è perché così non si contaminano, ma con una punta di quello che dall’esterno sarebbe tacciato di snobismo, è bene sottolineare che ci spiace. Ci spiace non vedere che artisti bravi e meritevoli siano sempre relegati in fondo al gusto nazional-popolare. Dispiacere che, però, lascia il tempo che trova. Se questo è il paese reale, quello delle Annalise e dei Modà (che, sia chiaro, hanno pubblici ampi che meritano rispetto, ma non per forza condivisione), la colpa è anche nostra.

Perché noi che guardiamo Sanremo siamo divisi tra quelli che mandano gli sms e quelli che preferiscono twittare, senza renderci conto che il twittare non porta voti e manco consenso, in un sistema come questo. E così, mentre stiamo lì a capire, dato che non a tutti è chiaro, quanto il web – figurarsi i tweet – non sposti nulla in termini di voti politici, apprendiamo come la cosa valga pure per il Festival (“ooooooohhhhhhh” di stupore). E così a leggere la mia timeline (che comprende vari giornalisti, musicali e non, addetti al settore, i cosiddetti “influencer” e gente che è lì e vive Sanremo in prima fila), la classifica avrebbe dovuto essere più o meno invertita (con gli Elii primi, però), cosa che puntualmente non è stata. Idem per i giovani: mai avrei immaginato, ad esempio, l’esclusione di Nardinocchi (nome, tra l’altro, che in queste ultime settimane sembra aver messo d’accordo palati diversi e che si avvia verso un anno di successo, Sanremo o meno), come non avrei immaginato l’esclusione dal festival di uno come Colapesce (soprattutto dopo aver ascoltato i giovani in gara). Ma tant’è. Continua a leggere

Non guardo più i Talk Show

porta a porta plasticoNon guardo più i talk show. Non li guardo più da qualche anno, da quando ho deciso di disintossicarmi (e oggi vivo meglio). Rileggo queste frasi, però, e mi prende subito un senso d’angoscia misto a pentimento. Dura poco, molto poco, sia chiaro, però mi prende. In fondo nella vita cerco di fare il giornalista e uno dei compiti – e delle aspettative di chi sa che mestiere fai – è quello di essere aggiornato sull’attualità (che sia politica, economica, sportiva etc etc); che fa un po’ l’effetto del classico “a comico facce ridere”. Ma d’altra parte questo motivo d’angoscia è anche la mia salvezza. Stare tutto il giorno con uno schermo davanti (che sia pc o mobile), tra giornali, agenzie, social etc ti permette, infatti, di avere gran parte delle cose calde sotto mano e quindi poterti risparmiare il tg delle 13 o, appunto, il talk delle 21.30.

Sì, perché il talk delle 21.30 è ormai un animale mitologico a più teste (politiche, ovviamente), col quale puoi decidere di lottare, sapendo, comunque, di perdere, o dal quale puoi fuggire, sentendoti un po’ più miserabile ma uscendone con le ossa intatte. Il talk show, infatti, è una bestia invincibile, che ti attrae per le sue tante teste, ma che t’allontana per il suo alito e così tendi di starne alla larga.

Eppure io c’ho provato nel tempo. Io guardavo tutto, da Santoro a Floris, da Socci (“Perché, perché, perché”) a Paragone passando per quelli di La7 e Mediaset, compreso il Matrix di Mentana e quello di Vinci, quelli “leggeri” del pomeriggio, del mattino, del martedì, del giovedì, della domenica, persino Porta a Porta certe volte. Erano tempi di battaglia, in cui mi sentivo un guerriero, di quelli a cui il giorno dopo mica potevi contestare mezza cosa, eh! Perché io rispondevo, puntuale, e dalla mia parte non mi bastava avere quello che sapevo ma c’erano anche tizio o caio che la sera prima da Vespa/Santoro/Floris/Socci avevano detto che… e poi potevo fare facili ironie, urlare davanti al televisore contro quel giornalista o quel politico (che spesso si impersonava in un’altra figura mitologica col volto della Santanchè) e sbracciarmi e spiegare che no, non era come dicevano loro e talvolta sorridere della loro ignoranza, della loro mancanza di precisione, delle loro palesi bugie. Poi il talk show finiva e rimanevo solo con la mia incazzatura. E il giorno dopo cominciavo a rendermi conto che non c’era più nessuno con cui far valere le mie argomentazioni da talk (“perché ti rendi conto quello che sempronio ha detto ieri? Eh, ti rendi conto? E caio manco c’è riuscito a rispondere”), anche perché spesso abbiamo questo brutto vizio di circondarci di gente che la pensa come noi e che su determinati argomenti ci asseconda. E noi, invece, volevamo il sangue, volevano quello a cui chiedere: “Dimmi 5 cose buone che ha fatto Berlusconi. E no, ora me le devi dire e non te ne uscire con la solita cosa della patente a punti”:

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