Tre anni di ponti da combattere con spade di gommapiuma

lavagna nennaAdesso comunichiamo. Con un linguaggio che si insegue continuamente e con le mie orecchie tese a cogliere le sfumature di parole spesso uguali tra loro. Io che scambiavo “ponte” con “forte”, e “luce” con “dude”, che solo in pochi sappiamo cosa voglia dire e che io ho imparato a capire. E sono già tre anni e sembrano un’infinità e pochissimi. Fermo qui a meravigliarmi per ogni cosa che fai e dici, consapevole che dal di fuori sono le cose che fanno e dicono tutti i bambini della tua età, ma speciali nel loro cadere improvvisamente, facendoti ai miei occhi più grande da un giorno all’altro. Quale età poi? Quella per cui a tre anni mi spieghi che, sì, forse i capelli devi tagliarli, certo, “ma solo le punte”, o quella per cui hai già ben chiaro che quello ti piace e quell’altra cosa no, che c’è un tempo per gli stivali e un altro per le ciabatte; che i fermagli vanno meglio di quegli elastici larghi e colorati che t’ho comprato.

E allora mi tocca inseguirti continuamente, affannando appresso a idiomi che non frequento quotidianamente, a espressioni che a volte fatico a cogliere e che tu, dopo avermi guardata stupita, mi spieghi sorridendo, sommando parole a gesti finché non m’è tutto chiaro. E rallegrandomi, certo, per quelle cose che sono solo nostre, per quei ponti che combattiamo con spade di gommapiuma e pistole ad acqua immaginarie, per quei treni di cubi di legno che mi insegni quotidianamente a costruire, quei gessetti che mi spieghi come tenere in mano e quei colori da abbinare.

Prenderti per mano e provare a spiegarti un mondo di cui ancora cerchiamo le chiavi e un po’ farselo spiegare, mentre mi aggrappo a piccoli chiodi, cercando di imparare le cose basilari, quelle che ci hanno accompagnato da sempre: cambia il pannolino (ormai una rarità), lavala, fai la pappa, scegli i vestiti, falle i codini, faglieli meglio, non farle male (“Papi!”, “Ok, hai ragione, scusa”). Imparare di corsa, cercando di non restare mai indietro e non riuscendoci mai completamente. E hai già tre anni, splendidi, e io invece la speranza che comunque tutto ti sia lieve, che coi tuoi tre anni capisca, come in qualche modo t’è già capitato di capire.

E sono qui dopo un anno a rendermi conto che sei tu che continui a insegnarmi cose e io a lasciare che succeda, cercando di darti indietro quello che posso, guardandoti crescere e avere spesso più pazienza di quella che ho io e cercando di difenderti dagli scossoni che anche quest’anno ci sono stati, respirando profondamente, trattenendolo a volte il fiato, e sciogliendomi nei tuoi occhi che sorridono quando corri ad abbracciarmi.

Aggrapparsi alla certezza di un amore infinito, di un treno da costruire e trasformare in torre, di ponti da combattere e sconfiggere, bambole da sfamare e cullare, tè preparato con le tue mani da prendere in teiere e tazzine di plastica, lavagne da riempire di colori, denti da lavare, abbracci da scambiarsi e tende in cui rifugiarsi, in due, là dove tutti possono vederci ma da cui nessuno può tirarci fuori o sfiorarci.

E anche quest’anno si chiude con una canzone, dopo quelle di Dylan e Biolay. Un pezzo con cui era cominciato il 2013, un gruppo che chissà dove sarà quando tu sarai grande (e chissà che musica ascolterai).

Non sono un principe e tu lo imparerai
sono il sergente che al fronte ti aiuterà a
gettarti a terra prima delle bombe
ad evitare mine sul sentiero
ad aspettarti che il peggio ti aspetti davvero

non sono un capitano
io non ho i gradi del tenente
del generale mi manca la mente
sono il sergente sgraziato
la barba incolta e pungente
sono tuo padre che un giorno
non conta più niente

tu segui il plotone, il mio commilitone
carota e bastone, comando l’uscita
e posso soltanto pregare la sera
tu faccia ritorno

ti immaginavo domani sull’uscio di casa mia
ti immaginavo domani o quel giorno che sia
mio fante di spade, mia donna di cuori
mia copia vestita, mia figlia infinita
mio fante di spade, mia donna di cuori
mia copia vestita, mia figlia

tu segui il plotone, il mio commilitone
carota e bastone, comando l’uscita
e posso soltanto sperare la sera
tu faccia ritorno ancora in vita (via)

Le cose che ho imparato: i tuoi insegnamenti e la tua eredità.

Ingrid costruzioniQuello che ho imparato in questi ultimi due anni me l’hai insegnato soprattutto tu. Perché non si nasce imparati, ma per imparare bisogna avere un’ottima insegnante e, soprattutto, non nascondersi dietro quelle questioni di genere che spero non ti troverai mai ad affrontare. Le cose che ho imparato sono cose pratiche, ma soprattutto immateriali.

Proprio poco prima di scrivere queste righe ho letto un pezzo che si intitola “Padri che si interessano dei propri figli: è genitorialità non babysiting” e mai titolo descrive meglio quello che penso voglia dire essere padre. Non esiste una definizione dell’essere padri, né un modo univoco per giudicarne la bontà o meno. Però ti dico quello che penso e mi hai insegnato.

Partendo da un presupposto importante, quello per cui io e te abbiamo avuto la fortuna di vivere un anno e mezzo praticamente in simbiosi, ora dopo ora, dal momento in cui ti svegliavi a quello in cui andavi a dormire. Nessun problema di congedo parentale, né per me né per tua madre, niente. Alternandoci, a volte, siamo riusciti sempre a stare il massimo del tempo che potevamo con te. E così mi hai insegnato a prendermi cura di te. Tu e tua madre, ovviamente, perché comunque, nel mondo in cui viviamo noi oggi è ancora la madre quella che deve prendersi cura dei figli. Che lo faccia il padre è un plus, ma la madre non può sbagliare. Ecco, abbiamo cercato di lottare contro questa idea assurda di una paternità a metà. Perché è vero che avevo la fortuna di lavorare a casa, ma credo che non mi sarei mai perdonato l’incapacità di cambiare un pannolino.

Solo una volta io e tua madre siamo arrivati a un compromesso. Lei ti avrebbe tenuto pulito ciò che restava del cordone ombelicale (che io credevo mi avrebbe fatto impressione), io ti avrei tagliato le unghie di mani e piedi, cosa che tua madre aveva paura a fare. Poi, vabbè, è successo che quando sei nata ce lo siamo praticamente scordati. E ci siamo fatti compagnia di notte, ogni tre ore fino al mattino quando ti svegliavi definitivamente, ti si cambiava assieme e abbiamo deciso che gli omogeneizzati no, meglio comprare verdura e legumi freschi, fare attenzione a fare il brodo ogni giorno, giorno e mezzo e farti le pappe a mano. E io che sono una schiappa e non avrei saputo fare un sugo per me, credimi, ho imparato a fare quelle pappe in maniera decente. E tu sei stata così brava da evitare di sputarmele in faccia. Abbiamo trovato un compromesso, nel gusto. Sei stata brava e furba: non hai scelto tra mamma e papà per la tua prima parola, ma hai detto “miao”, poi hai accennato un “pa-pa”, ma tra quelle due la prima parola cosciente che hai detto è stata “mamma”, lasciandomi illudere, però, che quel “pa-pa” potesse essere un precursore di qualcosa. Ma ti avremmo perdonato qualisasi cosa. Ecco, forse non facevo la lavatrice (ma ho imparato a farla, in qualche modo). Quella la faceva mamma, un po’ perché io davo colpevolmente per scontato che la facesse lei, un po’ perché vi divertivate a mettere i panni in lavatrice e io guardavo. Però m’è capitato più spesso di quanto potessi immaginare di stirare (ma là facevamo a gara a chi perdeva e arrivava ultimo).

Mi hai insegnato a non distrarmi. Cioè mi hai insegnato a non distrarmi con te. Non so se ci sono riuscito, ma credimi, la distrazione è parte integrante di me e forse era la cosa che prima che nascessi mi faceva più paura, e che popolava i miei incubi. Io mi distraggo, spesso. Mi distraggo quando, presentandosi, la gente mi dice il proprio nome e i 5 minuti successivi è un continuo inseguimento a ricordarlo; mi distraggo quando non mi segno la lista delle cose da comprare e capita sempre di dover riscendere. Ma con te non è successo. Mai.

Mi hai insegnato a mollare tutto e giocare, io, così ligio al dovere e al lavoro. Ma quando mi prendi per mano mi fai squagliare. Mi hai insegnato ad avere a che fare con una piccola donna e a fare i conti con la responsabilità totale di un’altra persona. Ma tu lo sai e così fai di tutto per sgravarmi di quel peso. Pochissimi lamenti, pochissime lacrime, quasi autosufficiente, con quel tuo piccolo e stupendo vocabolario fatto di onomatopee di animali e suoni assonanti come quel “piàpia” per “acqua”, o quel “boh” con la testa affossata nelle spalle, dopo che hai dato un finto schiaffetto: “Chi è stato?”, “Boooooh!”.

Mi hai insegnato ad aspettarti e a resistere, soprattutto in questi ultimi, difficili, mesi. Mi hai dimostrato che il ricordo e l’amore non hanno bisogno sempre e per forza della quotidianità, ma quello, credo, me lo hai insegnato per addolcire la pillola e te ne ringrazio. Mi hai insegnato che a modo proprio si può essere forti anche a un anno e mezzo e comprendere i cambiamenti più drastici. Più di quanto possano e abbiano compreso tanti adulti.

Poi, certo, si sbaglia, e di sbagli ne abbiamo fatti e ne faremo. Un paio di giorni fa sei stata male (siamo tutti influenzati, io, te, tua madre e anche una delle tue nonne), ma tu avevi dolore al pancino. Io non sono venuto. Ecco, questo è stato un errore. L’ho fatto perché avevi dormito bene a metà mattinata e avevo saputo che stavi giocando tranquillamente. Poi dopo qualche ora ho saputo che mamma ti aveva portata al pronto soccorso e che, vabbè, non era niente di grave, ma comunque forse se fossi venuto prima, lì in ospedale ci sarei stato anche io. Insomma si sbaglia e si sbaglierà e chissà quante volte penserai che ho sbagliato mentre io sarò pienamente convinto del mio aver agito alla perfezione. Ma sarà bello perdonarsi, no? In fondo non è anche quello parte dei nostri ruoli?

L’anno scorso fu “Forever Young” di Bob Dylan che ti dedicai per il tuo primo anno, ma quest’anno Biolay cade a pennello. Perché non deve valerti sempre come giustificazione, ma spesso alcune cose sono un’eredità per cui non potrai farci molto.

Auguri Ingrid

Se ami le sere di pioggia
bimba mia, bimba mia
le viuzze dell’Italia
e i passi dei passanti
l’eterna litania
delle foglie morte nel vento
che emanano un ultimo grido,
grida figlia mia

Se ami le schiarite
figlia mia, figlia mia
Fai un bagno di mezzanotte
nel grande oceano
se ami la vita cattiva
il tuo riflesso nello stagno
se tu vuoi i tuoi amici
vicino a te, sempre

Se preghi quando arriva la notte
figlia mia, figlia mia
se non porti fiori sulle tombe
ma hai a cuore chi viene a mancare
se hai paura della bomba
e del cielo troppo grande
se parli alla tua ombra
ogni tanto

Se ami la marea bassa
figlia mia, figlia mia
il sole sulla terrazza
e la luna sotto il vento
se si perdono spesso le tue tracce
quando arriva la primavera
se la vita ti oltrepassa
vai figlia mia

Non è colpa tua
è la tua eredità
e sarà ancora peggio
quando avrai la mia età
Non è colpa tua
è la tua carne, è il tuo sangue
Bisogna accontentarsi,
o, anche no

Se dimentichi i nomi
gli indirizzi e le età
ma quasi mai il suono
di una voce, un volto
se ami ciò che è buono
se vedi dei miraggi
se preferisci Parigi
quando arriva l’uragano

Se ami i gusti amari
e gli inverni tutti bianchi
se ami gli ultimi bicchieri
e i misteri inquietanti
se ami sentire la terra
e zampillare il vulcano
se hai paura del vuoto
vuoto, figlia mia

[RIT]

Se ami partire prima
figlia mia, figlia mia
prima che l’altro si svegli
prima che ti lasci in sospeso
se hai paura del sonno
e del passare del tempo
se ami l’autunno vermiglio
meraviglia, rosso sangue

Se hai paura della folla
ma sopporti le persone
se le tue idee crollano
la sera dei tuoi vent’anni
e se niente si svolge
secondo i tuoi piani
se non sei che una pietra che rotola
rotola, figlia mia

[RIT]

Figlia mia