Padri uguali al resto… e va bene così

carrello centro commerciale wpOggi sono stato al centro commerciale con mia figlia (e i nonni). Succede tre/quattro volte l’anno, più o meno. L’ho fotografata mentre si divertiva nel carrello a forma di macchinina e sulle giostre, come decine di altri padri. L’ho inseguita tra i negozi e mi sono fatto inseguire nei vari camerini, come decine di altri padri. Le ho detto no ai dolci, come decine di altri padri. Le dicevo cose sceme, facendo facce sceme, come decine di altri padri. Le facevo i complimenti per le scarpe nuove che fanno le luci quando cammina, come decine di altri padri.
Insomma “noi non siamo diversi dal resto”. E a volte va bene così.

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Le cose che ho imparato: i tuoi insegnamenti e la tua eredità.

Ingrid costruzioniQuello che ho imparato in questi ultimi due anni me l’hai insegnato soprattutto tu. Perché non si nasce imparati, ma per imparare bisogna avere un’ottima insegnante e, soprattutto, non nascondersi dietro quelle questioni di genere che spero non ti troverai mai ad affrontare. Le cose che ho imparato sono cose pratiche, ma soprattutto immateriali.

Proprio poco prima di scrivere queste righe ho letto un pezzo che si intitola “Padri che si interessano dei propri figli: è genitorialità non babysiting” e mai titolo descrive meglio quello che penso voglia dire essere padre. Non esiste una definizione dell’essere padri, né un modo univoco per giudicarne la bontà o meno. Però ti dico quello che penso e mi hai insegnato.

Partendo da un presupposto importante, quello per cui io e te abbiamo avuto la fortuna di vivere un anno e mezzo praticamente in simbiosi, ora dopo ora, dal momento in cui ti svegliavi a quello in cui andavi a dormire. Nessun problema di congedo parentale, né per me né per tua madre, niente. Alternandoci, a volte, siamo riusciti sempre a stare il massimo del tempo che potevamo con te. E così mi hai insegnato a prendermi cura di te. Tu e tua madre, ovviamente, perché comunque, nel mondo in cui viviamo noi oggi è ancora la madre quella che deve prendersi cura dei figli. Che lo faccia il padre è un plus, ma la madre non può sbagliare. Ecco, abbiamo cercato di lottare contro questa idea assurda di una paternità a metà. Perché è vero che avevo la fortuna di lavorare a casa, ma credo che non mi sarei mai perdonato l’incapacità di cambiare un pannolino.

Solo una volta io e tua madre siamo arrivati a un compromesso. Lei ti avrebbe tenuto pulito ciò che restava del cordone ombelicale (che io credevo mi avrebbe fatto impressione), io ti avrei tagliato le unghie di mani e piedi, cosa che tua madre aveva paura a fare. Poi, vabbè, è successo che quando sei nata ce lo siamo praticamente scordati. E ci siamo fatti compagnia di notte, ogni tre ore fino al mattino quando ti svegliavi definitivamente, ti si cambiava assieme e abbiamo deciso che gli omogeneizzati no, meglio comprare verdura e legumi freschi, fare attenzione a fare il brodo ogni giorno, giorno e mezzo e farti le pappe a mano. E io che sono una schiappa e non avrei saputo fare un sugo per me, credimi, ho imparato a fare quelle pappe in maniera decente. E tu sei stata così brava da evitare di sputarmele in faccia. Abbiamo trovato un compromesso, nel gusto. Sei stata brava e furba: non hai scelto tra mamma e papà per la tua prima parola, ma hai detto “miao”, poi hai accennato un “pa-pa”, ma tra quelle due la prima parola cosciente che hai detto è stata “mamma”, lasciandomi illudere, però, che quel “pa-pa” potesse essere un precursore di qualcosa. Ma ti avremmo perdonato qualisasi cosa. Ecco, forse non facevo la lavatrice (ma ho imparato a farla, in qualche modo). Quella la faceva mamma, un po’ perché io davo colpevolmente per scontato che la facesse lei, un po’ perché vi divertivate a mettere i panni in lavatrice e io guardavo. Però m’è capitato più spesso di quanto potessi immaginare di stirare (ma là facevamo a gara a chi perdeva e arrivava ultimo).

Mi hai insegnato a non distrarmi. Cioè mi hai insegnato a non distrarmi con te. Non so se ci sono riuscito, ma credimi, la distrazione è parte integrante di me e forse era la cosa che prima che nascessi mi faceva più paura, e che popolava i miei incubi. Io mi distraggo, spesso. Mi distraggo quando, presentandosi, la gente mi dice il proprio nome e i 5 minuti successivi è un continuo inseguimento a ricordarlo; mi distraggo quando non mi segno la lista delle cose da comprare e capita sempre di dover riscendere. Ma con te non è successo. Mai.

Mi hai insegnato a mollare tutto e giocare, io, così ligio al dovere e al lavoro. Ma quando mi prendi per mano mi fai squagliare. Mi hai insegnato ad avere a che fare con una piccola donna e a fare i conti con la responsabilità totale di un’altra persona. Ma tu lo sai e così fai di tutto per sgravarmi di quel peso. Pochissimi lamenti, pochissime lacrime, quasi autosufficiente, con quel tuo piccolo e stupendo vocabolario fatto di onomatopee di animali e suoni assonanti come quel “piàpia” per “acqua”, o quel “boh” con la testa affossata nelle spalle, dopo che hai dato un finto schiaffetto: “Chi è stato?”, “Boooooh!”.

Mi hai insegnato ad aspettarti e a resistere, soprattutto in questi ultimi, difficili, mesi. Mi hai dimostrato che il ricordo e l’amore non hanno bisogno sempre e per forza della quotidianità, ma quello, credo, me lo hai insegnato per addolcire la pillola e te ne ringrazio. Mi hai insegnato che a modo proprio si può essere forti anche a un anno e mezzo e comprendere i cambiamenti più drastici. Più di quanto possano e abbiano compreso tanti adulti.

Poi, certo, si sbaglia, e di sbagli ne abbiamo fatti e ne faremo. Un paio di giorni fa sei stata male (siamo tutti influenzati, io, te, tua madre e anche una delle tue nonne), ma tu avevi dolore al pancino. Io non sono venuto. Ecco, questo è stato un errore. L’ho fatto perché avevi dormito bene a metà mattinata e avevo saputo che stavi giocando tranquillamente. Poi dopo qualche ora ho saputo che mamma ti aveva portata al pronto soccorso e che, vabbè, non era niente di grave, ma comunque forse se fossi venuto prima, lì in ospedale ci sarei stato anche io. Insomma si sbaglia e si sbaglierà e chissà quante volte penserai che ho sbagliato mentre io sarò pienamente convinto del mio aver agito alla perfezione. Ma sarà bello perdonarsi, no? In fondo non è anche quello parte dei nostri ruoli?

L’anno scorso fu “Forever Young” di Bob Dylan che ti dedicai per il tuo primo anno, ma quest’anno Biolay cade a pennello. Perché non deve valerti sempre come giustificazione, ma spesso alcune cose sono un’eredità per cui non potrai farci molto.

Auguri Ingrid

Se ami le sere di pioggia
bimba mia, bimba mia
le viuzze dell’Italia
e i passi dei passanti
l’eterna litania
delle foglie morte nel vento
che emanano un ultimo grido,
grida figlia mia

Se ami le schiarite
figlia mia, figlia mia
Fai un bagno di mezzanotte
nel grande oceano
se ami la vita cattiva
il tuo riflesso nello stagno
se tu vuoi i tuoi amici
vicino a te, sempre

Se preghi quando arriva la notte
figlia mia, figlia mia
se non porti fiori sulle tombe
ma hai a cuore chi viene a mancare
se hai paura della bomba
e del cielo troppo grande
se parli alla tua ombra
ogni tanto

Se ami la marea bassa
figlia mia, figlia mia
il sole sulla terrazza
e la luna sotto il vento
se si perdono spesso le tue tracce
quando arriva la primavera
se la vita ti oltrepassa
vai figlia mia

Non è colpa tua
è la tua eredità
e sarà ancora peggio
quando avrai la mia età
Non è colpa tua
è la tua carne, è il tuo sangue
Bisogna accontentarsi,
o, anche no

Se dimentichi i nomi
gli indirizzi e le età
ma quasi mai il suono
di una voce, un volto
se ami ciò che è buono
se vedi dei miraggi
se preferisci Parigi
quando arriva l’uragano

Se ami i gusti amari
e gli inverni tutti bianchi
se ami gli ultimi bicchieri
e i misteri inquietanti
se ami sentire la terra
e zampillare il vulcano
se hai paura del vuoto
vuoto, figlia mia

[RIT]

Se ami partire prima
figlia mia, figlia mia
prima che l’altro si svegli
prima che ti lasci in sospeso
se hai paura del sonno
e del passare del tempo
se ami l’autunno vermiglio
meraviglia, rosso sangue

Se hai paura della folla
ma sopporti le persone
se le tue idee crollano
la sera dei tuoi vent’anni
e se niente si svolge
secondo i tuoi piani
se non sei che una pietra che rotola
rotola, figlia mia

[RIT]

Figlia mia

Appunti sparsi sulla (mia) paternità

Qualche settimana leggevo sul Post un articolo in cui si parlava di come la redazione del sito fosse “diffusa”, senza che la sede fisica fosse indispensabile per incontrarsi, tutti, ogni giorno, per discutere di quelli che sarebbero stati i temi da affrontare, ma di come la redazione vera e propria fosse skype.

Ecco, questa della redazione su skype è un problema che colpisce molti, credo; il nostro giornale sicuramente, diviso com’è tra Scampia e Parigi. Ma di quel pezzo mi aveva colpito un passaggio: quello della redazione fisica in cui incontrarsi tutti non era un obbligo anche perché ovviamente il lavoro si intrecciava a doppio giro con la vita quotidiana. C’era chi non poteva essere fisicamente là o, ad esempio, chi aveva i bambini da andare a prendere a scuola. Insomma, quello che credevo, ingenuamente, essere un problema solo mio (redazione, lavoro, asilo, pause dal lavoro, recuperi serali o mattutini), diventa improvvisamente la normalità e motivo di riflessione sulla paternità e sulla fortuna del telelavoro.

Un telelavoro arrivato nel miglior momento possibile della mia vita, quello in cui la mia (ex) compagna era incinta e che si è protratto fino al compimento dei 19 mesi di mia figlia. Un telelavoro, quindi, che mi ha permesso di vivere appieno quello che molti padri purtroppo non hanno la fortuna di poter vivere.

Ci pensavo pochi giorni fa, quando mia figlia, mentre ero al pc a lavorare, è venuta, m’ha preso per mano e m’ha portato sul divano. Stavo chiudendo una cosa e così mi ero portato il pc dove lei aveva sparso tutti i suoi libri pieni di animali, frutti e colori. Il mio lavoro è durato due minuti, il tempo che si gettasse sulle mie ginocchia (quindi sul pc) e mi facesse capire che era ora di smetterla. Posato il pc, s’è seduta sulle gambe e dondolando ha cominciato a baciarmi.

Il telelavoro, insomma, m’ha permesso di non perdermi un attimo del suo primo anno e mezzo di vita, dalle nottate tutti svegli, ai cambi di pannolino, dalla spesa tutti assieme, fino alla preparazione delle pappe (nessun omogeneizzato, tutto cucinato e passato “a mano”). Ogni istante, dal primo mattino, quando si svegliava, fino al momento in cui si posavano tutti i giocattoli e dopo l’ultima poppata andava a letto. I momenti in cui si lavorava (prevalentemente al pc) con lei in braccio a quelli in cui si salutava la redazione per qualche minuto al grido di “pappa bimba” (che poi si declinava in diverse varianti come “cambio bimba” fino all’ “asilo bimba”).

Nel suo blog, qualche giorno fa, l’ha spiegato bene Simone Spetia cosa ho avuto la fortuna di vivere e quanto non sia per nulla scontato:

Ecco, la cosa più pesante (anche intellettualmente umiliante, se volete) è il dover dosare le energie che potremmo liberare come padri, come mariti per accumularle e sfruttarle solo sul lavoro. Questo rientrare stremati a casa e raccontarci la bella favoletta che “non conta la quantità di tempo che trascorri con loro, ma la qualità”, che è un po’ come quella cosa delle dimensioni a letto. Ce la raccontiamo e ce la raccontano. la quantità di tempo conta eccome. Perché ti sei perso quella prima parola, quel gorgheggio, quei passi, quella lezione di calcio o di rugby, quei compiti fatti insieme, quel momento di pace sul divano, quella casetta di Lego, quel racconto sulla giornata a scuola.

Insomma, io sono quello fortunato, quello, cioè, che non doveva uscire di casa la mattina e tornare la sera – pur essendo quello che lo stesso Spetia definisce il bread winner (sebbene non fosse un’esclusiva in casa) – né aveva bisogno del congedo parentale per poter essere padre. Io potevo lavorare e avere una certa libertà per poter vivere pienamente i primi mesi di mia figlia.

Provare a realizzarsi come padre (o almeno cominciare, ché da lì a realizzarsi ce ne passa) senza dover rincorrere il tempo.

Si tu oublies les prénoms (Se dimentichi i nomi)
Les adresses et les âges (Gli indirizzi e le età)
Mais presque jamais le son (Ma quasi mai il suono)
D’une voix, un visage (Di una voce, un volto)
Si tu aimes ce qui est bon (Se ti piace ciò che è buono)
Si tu vois des mirages (Se vedi dei miraggi)
Si tu préfères Paris (Se preferisci Parigi)
Quand vient l’orage (Quando arriva il temporale)
(…)
Ça n’est pas ta faute (Non è colpa tua)
C’est ton héritage (È la tua eredità)

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Cosa scrivere nel primo post di un nuovo blog è il cruccio che, immagino, ha colpito tante persone. Io non so ancora neanche bene cosa, se e quando ci scriverò in questo spazio ma le linee generali dovrebbero essere quelle del giornalismo, della letteratura, della musica e della paternità, dove le prime tre uniscono la passione al lavoro e la quarta è solo piacere e gioia (e la fatica – che in napoletano spesso sostituisce la parola “lavoro” – passa comunque in secondo piano).

Nella foto: il tappeto dei giochi di mia figlia